(roma)
and anytime you feel the pain
hey jude, refrain
don't carry the world upon your shoulders
for well you know that it's a fool
who plays it cool
by making his world a little colder
(the beatles)
ecco, ora mi sento un po' meglio.
esistono per questo le canzoni, no?
lunedì 31 agosto 2009
mercoledì 26 agosto 2009
litania del lorem ipsum
(roma)
le prime volte che prendevo il trenino del far-west, quando si fermava in galleria, andavo in panico. inspiegabilmente, l’idea di essere bloccata senza sapere perché, chiusa in un mezzo di trasporto che avrebbe avuto più senso in un museo che non su dei binari, a non so quanti metri sottoterra, mi innervosiva abbastanza. allora avevo preso l’abitudine di recitare tra me e me la litania della paura bene gesserit. funzionava. poi mi è venuto il dubbio che non fosse la litania in sé, ma semplicemente l’attirare la propria attenzione su una serie di parole da ricordare e ripetere a memoria. quando abbiamo cambiato sede e il viaggiare sottoterra è diventata una routine da tre ore al giorno tra andata e ritorno, ho provato col lorem ipsum. funzionava anche quello.
si torna al lavoro. non mi va. mi sento un compost di sfiducia, frustrazione, aspettative deluse e inutilità. mi serve una nuova litania della paura. l’ho trovata. suona tipo: ma chi se ne frega. non esattamente in questi termini.
le prime volte che prendevo il trenino del far-west, quando si fermava in galleria, andavo in panico. inspiegabilmente, l’idea di essere bloccata senza sapere perché, chiusa in un mezzo di trasporto che avrebbe avuto più senso in un museo che non su dei binari, a non so quanti metri sottoterra, mi innervosiva abbastanza. allora avevo preso l’abitudine di recitare tra me e me la litania della paura bene gesserit. funzionava. poi mi è venuto il dubbio che non fosse la litania in sé, ma semplicemente l’attirare la propria attenzione su una serie di parole da ricordare e ripetere a memoria. quando abbiamo cambiato sede e il viaggiare sottoterra è diventata una routine da tre ore al giorno tra andata e ritorno, ho provato col lorem ipsum. funzionava anche quello.
si torna al lavoro. non mi va. mi sento un compost di sfiducia, frustrazione, aspettative deluse e inutilità. mi serve una nuova litania della paura. l’ho trovata. suona tipo: ma chi se ne frega. non esattamente in questi termini.
mercoledì 19 agosto 2009
summer on a solitary quartiere-paese
(roma)
come ogni estate, sul tetto del palazzo accanto c’è un uomo che passeggia su e giù, per ore, vestito solo di mutande bianche, parlando al cellulare. a differenza delle altre estati, io e booster ci siamo stancate di sfotterlo (e di cercare di convincerlo telepaticamente quantomeno a cambiare colore). come ogni estate, il manovratore non andrà in ferie. a differenza delle altre estati, stavolta è felice perché prenderà le ferie quando nascerà la manovratorina (ammesso che sopravviva alla furia caricata ad ormoni con cui vive). come ogni estate, gatto affronta il caldo sdraiato qua e là o raggomitolato nelle sue scatole di cartone a non fare niente. a differenza delle altre estati, non mi va di prendere esempio (più che altro io non ci entro, nelle scatole). come ogni estate, il mio oroscopo dice che il mese di agosto rappresenterà una svolta per la mia vita. a differenza delle altre estati, inizio a intravederne il senso (non sono sicura se sia l’effetto della rassegnazione o del delirio da colpo di calore). come ogni estate, tutto sta seguendo un suo percorso più o meno prestabilito. a differenza delle altre estati, stavolta sono saltati un paio di scambi sui binari (come nei film, i passeggeri sono crollati per terra sibilando insulti, ma poi si sono rialzati solo lievemente ammaccati). come ogni estate, ogni autunno, ogni inverno e ogni primavera, mi ritrovo sveglia alle cinque di mattina a parlare con i mobili. a differenza di sempre, più che parlare, leggo ad alta voce, e a loro piace (e a me anche, e la vera differenza è tutta qui).
come ogni estate, sul tetto del palazzo accanto c’è un uomo che passeggia su e giù, per ore, vestito solo di mutande bianche, parlando al cellulare. a differenza delle altre estati, io e booster ci siamo stancate di sfotterlo (e di cercare di convincerlo telepaticamente quantomeno a cambiare colore). come ogni estate, il manovratore non andrà in ferie. a differenza delle altre estati, stavolta è felice perché prenderà le ferie quando nascerà la manovratorina (ammesso che sopravviva alla furia caricata ad ormoni con cui vive). come ogni estate, gatto affronta il caldo sdraiato qua e là o raggomitolato nelle sue scatole di cartone a non fare niente. a differenza delle altre estati, non mi va di prendere esempio (più che altro io non ci entro, nelle scatole). come ogni estate, il mio oroscopo dice che il mese di agosto rappresenterà una svolta per la mia vita. a differenza delle altre estati, inizio a intravederne il senso (non sono sicura se sia l’effetto della rassegnazione o del delirio da colpo di calore). come ogni estate, tutto sta seguendo un suo percorso più o meno prestabilito. a differenza delle altre estati, stavolta sono saltati un paio di scambi sui binari (come nei film, i passeggeri sono crollati per terra sibilando insulti, ma poi si sono rialzati solo lievemente ammaccati). come ogni estate, ogni autunno, ogni inverno e ogni primavera, mi ritrovo sveglia alle cinque di mattina a parlare con i mobili. a differenza di sempre, più che parlare, leggo ad alta voce, e a loro piace (e a me anche, e la vera differenza è tutta qui).
mercoledì 12 agosto 2009
nostalgia
(roma tokio roma)
(io a roma parlo con la pecora-drago; tu in 日本 lo stai cercando l’uomo-pecora?)
la nostalgia non è roba da pubblicità, no. la nostalgia non dipende solo da cosa hai lasciato o cosa hai trovato, e non è nemmeno qualcosa di fisico. non importa se sei a otto ore di aereo da tutto ciò a cui eri abituato, che hai amato, che hai sempre considerato la tua vita, o a venti minuti di autobus da qualcosa che non hai mai avuto né mai avrai.
stanotte ho sognato una persona. è una persona che non posso avere, ma a volte mi concedo di sognarlo ad occhi aperti. i sogni ad occhi aperti sono belli, ma manca l’elemento sorpresa. i sogni ad occhi chiusi invece sono come un film che stai vivendo. non lo sai, cosa succederà. potrebbe andare bene, potrebbe andare male, potrebbe non esserci finale. potrebbe essere tutto rimandato alla prossima puntata, lo つづく che leggevamo da piccoli in basso a destra, alla fine dei cartoni animati, chiedendoci cosa significasse. mi ricordo ancora lo stupore che ho provato quando abbiamo studiato quel verbo. ohi, ma era la scritta dei cartoni animati. ohi, ma allora voleva dire, continua. ohi, ma allora tutte le realtà in cui mi muovo, in qualche modo, anche per un secondo, possono venire a contatto l’una con l’altra. io bambina. io adulta che scelgo una strada, io adulta che poi ne scelgo un’altra, io che studio giapponese, io che sognavo coi cartoni, io che scopro che quella scritta vuol dire, continua. avevo sempre pensato che significasse, fine. l’esatto contrario. il mio solito brillante infallibile intuito.
comunque stanotte ho sognato quest’uomo, e in questo film giravamo per un quartiere strano, buio, piovoso, orientale, bellissimo (la notte, la pioggia, l’oriente; per me era come stare in una versione meravigliosa di casa). e io ero felice, anche se poi non è successo niente che giustificasse tanta felicità. a parte il fatto che per tutta la durata del sogno siamo stati insieme, chiacchierando, passeggiando, mangiando, scoprendo negozi assurdi. semplicemente insieme. nella vita reale, fuori dal sogno, questo mi manca. e provo nostalgia per qualcosa che non ho, di cui sento una mancanza presente e futura, ma priva di un passato a giustificarla.
hai molte cose, qui, che è legittimo che ti manchino. tipo, questa donna meravigliosa, giusto per. ma questa donna meravigliosa vorrebbe che tu restassi a tokio. perché se torni qui, proverai la mancanza per qualcosa che qui non puoi avere. lì, senti la mancanza del passato; qui, sentiresti, e già sentivi, la mancanza del presente e del futuro. il passato lo si lascia alle spalle, con dolore, con difficoltà, con le lacrime, ma lo si lascia. il futuro no. resta lì. cerca l’uomo-pecora. scegliti una stanza vicina al centro e luminosa. prepara un futon per me. la malinconia non è un sentimento che ti si addica, la nostalgia nemmeno. sbatte con i tuoi colori, davvero.
(io a roma parlo con la pecora-drago; tu in 日本 lo stai cercando l’uomo-pecora?)
la nostalgia non è roba da pubblicità, no. la nostalgia non dipende solo da cosa hai lasciato o cosa hai trovato, e non è nemmeno qualcosa di fisico. non importa se sei a otto ore di aereo da tutto ciò a cui eri abituato, che hai amato, che hai sempre considerato la tua vita, o a venti minuti di autobus da qualcosa che non hai mai avuto né mai avrai.
stanotte ho sognato una persona. è una persona che non posso avere, ma a volte mi concedo di sognarlo ad occhi aperti. i sogni ad occhi aperti sono belli, ma manca l’elemento sorpresa. i sogni ad occhi chiusi invece sono come un film che stai vivendo. non lo sai, cosa succederà. potrebbe andare bene, potrebbe andare male, potrebbe non esserci finale. potrebbe essere tutto rimandato alla prossima puntata, lo つづく che leggevamo da piccoli in basso a destra, alla fine dei cartoni animati, chiedendoci cosa significasse. mi ricordo ancora lo stupore che ho provato quando abbiamo studiato quel verbo. ohi, ma era la scritta dei cartoni animati. ohi, ma allora voleva dire, continua. ohi, ma allora tutte le realtà in cui mi muovo, in qualche modo, anche per un secondo, possono venire a contatto l’una con l’altra. io bambina. io adulta che scelgo una strada, io adulta che poi ne scelgo un’altra, io che studio giapponese, io che sognavo coi cartoni, io che scopro che quella scritta vuol dire, continua. avevo sempre pensato che significasse, fine. l’esatto contrario. il mio solito brillante infallibile intuito.
comunque stanotte ho sognato quest’uomo, e in questo film giravamo per un quartiere strano, buio, piovoso, orientale, bellissimo (la notte, la pioggia, l’oriente; per me era come stare in una versione meravigliosa di casa). e io ero felice, anche se poi non è successo niente che giustificasse tanta felicità. a parte il fatto che per tutta la durata del sogno siamo stati insieme, chiacchierando, passeggiando, mangiando, scoprendo negozi assurdi. semplicemente insieme. nella vita reale, fuori dal sogno, questo mi manca. e provo nostalgia per qualcosa che non ho, di cui sento una mancanza presente e futura, ma priva di un passato a giustificarla.
hai molte cose, qui, che è legittimo che ti manchino. tipo, questa donna meravigliosa, giusto per. ma questa donna meravigliosa vorrebbe che tu restassi a tokio. perché se torni qui, proverai la mancanza per qualcosa che qui non puoi avere. lì, senti la mancanza del passato; qui, sentiresti, e già sentivi, la mancanza del presente e del futuro. il passato lo si lascia alle spalle, con dolore, con difficoltà, con le lacrime, ma lo si lascia. il futuro no. resta lì. cerca l’uomo-pecora. scegliti una stanza vicina al centro e luminosa. prepara un futon per me. la malinconia non è un sentimento che ti si addica, la nostalgia nemmeno. sbatte con i tuoi colori, davvero.
domenica 9 agosto 2009
esterno giorno
(roma)
la pecora-drago sostiene che gli esseri umani non dovrebbero stare troppo tempo sotto il sole, perché già il loro cervello è quello che è (credo sottintenda qualcosa di negativo), figuriamoci poi se fonde. lei, comunque, l’estate in genere la passa all’ombra del carro del far-west. io, comunque, l’estate in genere la passo sotto il sole davanti al carro del far-west.
- insomma, il punto è che non sono capace di dirtelo.
- insomma, il punto è che non sei capace di dirlo.
- dirtelo.
- dirlo.
- vabbè, è uguale.
- mica vero.
- dirlo.
- dirtelo.
- mi stai confondendo.
- non sei capace di dirmelo perché non sei capace di dirlo perché non sei capace di dirtelo.
- ...
- beh?
- mancanza.
- mh.
- cioè.
- mh.
- non so, sarà l’estate che mi fa male, a me.
- mh.
- però, ci stavo pensando l’altro giorno, mi sentivo in quel modo che quando mi ci sento poi vado in libreria a regalarmi un paio di libri per farmi sentire meglio, ma alla fine non ci sono andata, in libreria, perché non volevo sentirmi meglio. cioè, non è che sono incappata in un attacco duro di masochismo. è che mi piaceva. non era una sensazione dolorosa, era gentile; era un misto di malinconia e nostalgia. era un po’ come galleggiare in un mare denso e luminoso, che non ti lascia molto spazio per muoverti ma nemmeno ti fa andare giù, e in effetti un po’ ti blocca, in un certo senso ti imprigiona, ma nemmeno tanto, perché poi la possibilità di tornare a riva ce l’hai. solo che è bello galleggiare in quel modo lì, e allora non ti importa più niente, resti lì a fare il morto a galla con gli occhi chiusi e ti dondoli, e nemmeno ti accorgi che invece dalla riva ti ci stai allontanando tantissimo.
- mh.
- mi ci sto allontanando tantissimo, vero?
- praticamente l’unica qualità che hai è che sei bravissima a fare il morto a galla.
- ...
- ma sarebbe ora che tu ti ricordassi come si fa a nuotare.
la pecora-drago sostiene che gli esseri umani non dovrebbero stare troppo tempo sotto il sole, perché già il loro cervello è quello che è (credo sottintenda qualcosa di negativo), figuriamoci poi se fonde. lei, comunque, l’estate in genere la passa all’ombra del carro del far-west. io, comunque, l’estate in genere la passo sotto il sole davanti al carro del far-west.
- insomma, il punto è che non sono capace di dirtelo.
- insomma, il punto è che non sei capace di dirlo.
- dirtelo.
- dirlo.
- vabbè, è uguale.
- mica vero.
- dirlo.
- dirtelo.
- mi stai confondendo.
- non sei capace di dirmelo perché non sei capace di dirlo perché non sei capace di dirtelo.
- ...
- beh?
- mancanza.
- mh.
- cioè.
- mh.
- non so, sarà l’estate che mi fa male, a me.
- mh.
- però, ci stavo pensando l’altro giorno, mi sentivo in quel modo che quando mi ci sento poi vado in libreria a regalarmi un paio di libri per farmi sentire meglio, ma alla fine non ci sono andata, in libreria, perché non volevo sentirmi meglio. cioè, non è che sono incappata in un attacco duro di masochismo. è che mi piaceva. non era una sensazione dolorosa, era gentile; era un misto di malinconia e nostalgia. era un po’ come galleggiare in un mare denso e luminoso, che non ti lascia molto spazio per muoverti ma nemmeno ti fa andare giù, e in effetti un po’ ti blocca, in un certo senso ti imprigiona, ma nemmeno tanto, perché poi la possibilità di tornare a riva ce l’hai. solo che è bello galleggiare in quel modo lì, e allora non ti importa più niente, resti lì a fare il morto a galla con gli occhi chiusi e ti dondoli, e nemmeno ti accorgi che invece dalla riva ti ci stai allontanando tantissimo.
- mh.
- mi ci sto allontanando tantissimo, vero?
- praticamente l’unica qualità che hai è che sei bravissima a fare il morto a galla.
- ...
- ma sarebbe ora che tu ti ricordassi come si fa a nuotare.
domenica 2 agosto 2009
ti odio perché non ti odio più
(roma)
l’amore che finisce, va bene, alla fine ci si rassegna. ma il dolore che finisce, l’odio che finisce, la fine che finisce; non ci sei mai riuscita, ad andarci d’accordo, con questa cosa qua. e non puoi proprio farci niente; anche se stringi fortissimo le mani il fumo se ne va lo stesso. succede che alla lunga ti scocci di dare spiegazioni e togli lo screensaver al cellulare, succede che quell’immagine ti piace di più e allora cambi lo sfondo al mac, succede che non hai abbastanza spazio disponibile per fare delle foto a bologna e allora alcuni vecchi scatti li cancelli, succede che hai un problema con la mail e allora devi cambiare la password. lo hai deciso tu. ma tutto il resto no. succede che un giorno ti ricordi che te lo stai scordando. che pensi che non ci pensi, da quanto? una volta ci pensavi tutti i giorni. poi, tutte le settimane. poi ti rendi conto che in effetti è stato che negli ultimi mesi hai avuto un po’ da fare. allora ti ci impegni, lo cerchi su gugl, hai sempre pensato che siamo la generazione condannata al ricordo, al non perdersi di vista mai, che abbiamo gugl, ci ritroviamo tutti, e l’ultima volta che lo hai cercato ti ha dato la nausea leggere il suo nome, ma l’ultima volta, te lo ricordi, è stato molto più di un anno fa. allora lo cerchi, è vivo, è diventato dirigente. bravo. non te ne frega niente. cerchi di provocarti da sola, ti dici, guarda, ha perso l’ultimo pezzo di anima. niente. non te ne frega proprio niente. eppure, che nostalgia, com’è possibile? eri così piena di odio, una volta. non dico, l’amore, quello è passato, calpestato, inutile, ma poi chi se lo ricorda, magari ti eri sbagliata, magari in effetti non l’hai amato mai. ma tutto quell’odio così bello e colorato e vitale. e allora provi a fare una lista di tutti i motivi per cui l’hai odiato, e la mattina dopo te li sei scordata. ti ricordi solo una frase, ti odio perché non ti odio più. l’unica frase che ti ricordi, e nemmeno è vera. e fai l’estremo tentativo, che se non puoi odiare lui, perché non lo odi più, potresti provare ad avercela almeno un po’ con te stessa. quel minimo che serva a conservare un po’ di dignità, un po’ di senso per sei anni della tua vita. non funziona, davvero non te ne frega più niente. allora ti guardi, che la gente per scordarsi amore odio dolore pagherebbe, e tu stai lì che cerchi di acchiappare al volo il fumo e ti infastidisce questa cosa che non ci riesci; e pensi, ohi, io ho fatto del mio meglio, ho fatto del mio meglio per amarti, ho fatto del mio meglio per odiarti, ho fatto del mio meglio per ricordarti, l’unica cosa per cui non ho mai fatto del mio meglio è stata dimenticarti, e a quanto pare invece è l’unica che mi sia riuscita bene.
l’amore che finisce, va bene, alla fine ci si rassegna. ma il dolore che finisce, l’odio che finisce, la fine che finisce; non ci sei mai riuscita, ad andarci d’accordo, con questa cosa qua. e non puoi proprio farci niente; anche se stringi fortissimo le mani il fumo se ne va lo stesso. succede che alla lunga ti scocci di dare spiegazioni e togli lo screensaver al cellulare, succede che quell’immagine ti piace di più e allora cambi lo sfondo al mac, succede che non hai abbastanza spazio disponibile per fare delle foto a bologna e allora alcuni vecchi scatti li cancelli, succede che hai un problema con la mail e allora devi cambiare la password. lo hai deciso tu. ma tutto il resto no. succede che un giorno ti ricordi che te lo stai scordando. che pensi che non ci pensi, da quanto? una volta ci pensavi tutti i giorni. poi, tutte le settimane. poi ti rendi conto che in effetti è stato che negli ultimi mesi hai avuto un po’ da fare. allora ti ci impegni, lo cerchi su gugl, hai sempre pensato che siamo la generazione condannata al ricordo, al non perdersi di vista mai, che abbiamo gugl, ci ritroviamo tutti, e l’ultima volta che lo hai cercato ti ha dato la nausea leggere il suo nome, ma l’ultima volta, te lo ricordi, è stato molto più di un anno fa. allora lo cerchi, è vivo, è diventato dirigente. bravo. non te ne frega niente. cerchi di provocarti da sola, ti dici, guarda, ha perso l’ultimo pezzo di anima. niente. non te ne frega proprio niente. eppure, che nostalgia, com’è possibile? eri così piena di odio, una volta. non dico, l’amore, quello è passato, calpestato, inutile, ma poi chi se lo ricorda, magari ti eri sbagliata, magari in effetti non l’hai amato mai. ma tutto quell’odio così bello e colorato e vitale. e allora provi a fare una lista di tutti i motivi per cui l’hai odiato, e la mattina dopo te li sei scordata. ti ricordi solo una frase, ti odio perché non ti odio più. l’unica frase che ti ricordi, e nemmeno è vera. e fai l’estremo tentativo, che se non puoi odiare lui, perché non lo odi più, potresti provare ad avercela almeno un po’ con te stessa. quel minimo che serva a conservare un po’ di dignità, un po’ di senso per sei anni della tua vita. non funziona, davvero non te ne frega più niente. allora ti guardi, che la gente per scordarsi amore odio dolore pagherebbe, e tu stai lì che cerchi di acchiappare al volo il fumo e ti infastidisce questa cosa che non ci riesci; e pensi, ohi, io ho fatto del mio meglio, ho fatto del mio meglio per amarti, ho fatto del mio meglio per odiarti, ho fatto del mio meglio per ricordarti, l’unica cosa per cui non ho mai fatto del mio meglio è stata dimenticarti, e a quanto pare invece è l’unica che mi sia riuscita bene.
giovedì 23 luglio 2009
interno notte
(roma)
il fatto è che tu ti ricordi del corso per diventare vulcaniana solo nei momenti in cui stai andando oltre ogni ammissibile irrazionalità, dice la poltrona verde.
e quindi chiaramente fallisci, perché è come se ti ricordassi di mettere la protezione 30 dopo essere stata una settimana sotto al sole, aggiunge il bastone della pioggia.
non male quel telefilm in replica, cerchiamo di ricordarcelo la settimana prossima, commenta l’albero di natale nano.
cioè, seguimi: un conto è che tu rifletta, in condizioni normali –
per condizioni normali non si intende in piena notte dopo mezza bottiglia di vino, interloquisce la lampada del soggiorno.
dicevo, in condizioni normali, sul fatto che un po’ di logica e razionalità nella tua vita non guasterebbero, spiega la poltrona verde.
e allora sei nelle condizioni di prevenire e non curare, come si dice. altro conto è che tu dica, hey, devo diventare vulcaniana, quando ormai la frittata l’hai fatta, e stai galleggiando nelle uova rotte, continua il bastone della pioggia.
guarda che se non te lo scrivi non te ne ricordi, la settimana prossima, che c’è quel telefilm; che non ti ricordi mai niente, insiste l’albero di natale nano.
perché quello che fai tu, alla fine, è pensare, uh oh, che gran casino, allora adesso divento vulcaniana, dice la lampada.
ti guardi bene dal pensare di diventare vulcaniana per evitare di fare casini. no, tu ti attacchi all’idea di diventare vulcaniana quando i casini ormai li hai fatti e devi risolverli, incalza la poltrona verde.
peggio! tu vuoi diventare vulcaniana per ignorarli. vuoi pensare, ok, ma da oggi sono vulcaniana, quindi quello che ho fatto prima non vale, continua il bastone della pioggia.
te lo sei segnato sì o no?, chiede l’albero di natale nano.
gente, ma andare a dormire, che si sarebbe fatta una certa e io domani ho un gatto a cui badare?, sbuffa il cuscino del divano.
ha ragione. ha perfettamente ragione.
se non me lo segno, non me lo ricorderò mai, il telefilm in replica.
il fatto è che tu ti ricordi del corso per diventare vulcaniana solo nei momenti in cui stai andando oltre ogni ammissibile irrazionalità, dice la poltrona verde.
e quindi chiaramente fallisci, perché è come se ti ricordassi di mettere la protezione 30 dopo essere stata una settimana sotto al sole, aggiunge il bastone della pioggia.
non male quel telefilm in replica, cerchiamo di ricordarcelo la settimana prossima, commenta l’albero di natale nano.
cioè, seguimi: un conto è che tu rifletta, in condizioni normali –
per condizioni normali non si intende in piena notte dopo mezza bottiglia di vino, interloquisce la lampada del soggiorno.
dicevo, in condizioni normali, sul fatto che un po’ di logica e razionalità nella tua vita non guasterebbero, spiega la poltrona verde.
e allora sei nelle condizioni di prevenire e non curare, come si dice. altro conto è che tu dica, hey, devo diventare vulcaniana, quando ormai la frittata l’hai fatta, e stai galleggiando nelle uova rotte, continua il bastone della pioggia.
guarda che se non te lo scrivi non te ne ricordi, la settimana prossima, che c’è quel telefilm; che non ti ricordi mai niente, insiste l’albero di natale nano.
perché quello che fai tu, alla fine, è pensare, uh oh, che gran casino, allora adesso divento vulcaniana, dice la lampada.
ti guardi bene dal pensare di diventare vulcaniana per evitare di fare casini. no, tu ti attacchi all’idea di diventare vulcaniana quando i casini ormai li hai fatti e devi risolverli, incalza la poltrona verde.
peggio! tu vuoi diventare vulcaniana per ignorarli. vuoi pensare, ok, ma da oggi sono vulcaniana, quindi quello che ho fatto prima non vale, continua il bastone della pioggia.
te lo sei segnato sì o no?, chiede l’albero di natale nano.
gente, ma andare a dormire, che si sarebbe fatta una certa e io domani ho un gatto a cui badare?, sbuffa il cuscino del divano.
ha ragione. ha perfettamente ragione.
se non me lo segno, non me lo ricorderò mai, il telefilm in replica.
sabato 18 luglio 2009
rassicuranti metafore
(roma)
ieri stavo trotterellando verso la stazione del quartiere-paese, per andare a prendere il trenino del far-west. nella corsia dalla parte opposta della strada c’era una fila lunghissima, credo causa lavori. mentre camminavo guardavo le macchine ferme, e ho riconosciuto quella del fratello secsi del manovratore. lui mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha fatto ciao ciao con la manina da dietro il finestrino. anch’io gli ho sorriso e gli ho fatto ciao ciao con la manina. poi ho continuato a trotterellare tranquilla verso la stazione, e lui ha continuato a restarsene tranquillo bloccato nel traffico. e poi abbiamo vissuto la nostra tranquilla giornata, abbiamo pensato tranquillamente ad altro, e quando ci incontreremo continueremo a salutarci tranquilli e sorriderci tranquilli e farci ciao ciao tranquilli.
ecco, me questa cosa che tutto scorre, tutto passa, e la vita continua, mi è sempre piaciuta un sacco.
ieri stavo trotterellando verso la stazione del quartiere-paese, per andare a prendere il trenino del far-west. nella corsia dalla parte opposta della strada c’era una fila lunghissima, credo causa lavori. mentre camminavo guardavo le macchine ferme, e ho riconosciuto quella del fratello secsi del manovratore. lui mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha fatto ciao ciao con la manina da dietro il finestrino. anch’io gli ho sorriso e gli ho fatto ciao ciao con la manina. poi ho continuato a trotterellare tranquilla verso la stazione, e lui ha continuato a restarsene tranquillo bloccato nel traffico. e poi abbiamo vissuto la nostra tranquilla giornata, abbiamo pensato tranquillamente ad altro, e quando ci incontreremo continueremo a salutarci tranquilli e sorriderci tranquilli e farci ciao ciao tranquilli.
ecco, me questa cosa che tutto scorre, tutto passa, e la vita continua, mi è sempre piaciuta un sacco.
venerdì 17 luglio 2009
luoghi della mente (1)
(roma)
nella cartellina “pennuta” su iphoto le conservo tutte; quelle fatte col mio mac a roma, quelle a bologna, una in cui tieni in braccio gatto che aveva solo pochi mesi, il condominio di scola. poi ce ne sono a centinaia che non sono mai state scattate. ti regalo quelle. ma sono tantissime, e quindi te le regalerò un po’ per volta, come se fosse un coso random di fote random. te tu stai pronta, che non sai né il giorno né l’ora.
la prima. roma, stazione termini. i passeggeri appena scesi dal treno proveniente da bologna centrale immobilizzati in quella fissità dinamica delle fote che fermano la gente che cammina. bolognese che avanza lungo la banchina con crestina afflosciata dal caldo, sorride e guarda nell’obbiettivo. amelia la strega che ammalia la aspetta a inizio binario. ferma, in piedi, osserva sogghignando la crestina.
bologna. o quasi: l’altra casa, quella tra la via emilia e il west. estate. notte. tavolo del soggiorno. carte da poker, birre, contenitore pieno di pop-corn. come fiches, cucchiai di plastica colorati. l’involucro trasparente che li conteneva, abbandonato in un angolo.
roma. garage condominiale. auto (semplicemente bellissima, splende e illumina tutta la foto col suo innegabile fascino) rossa in retromarcia. bolognese immobilizzata dall’obbiettivo con espressione attonita. dialogo precedente allo scatto: orgogliosa proprietaria della macchina che le dice l’anno di immatricolazione; donna che esclama, cazzo, ma questa macchina è più vecchia di me!
(per la cronaca, mi ero sbagliata: avevo invertito le cifre finali. ho ricontrollato sul libretto quando finalmente ho fatto il duplicato: è solo del 1987. sei molto più vecchia tu).
bologna. salaborsa. insieme eppure sparpagliate, di come la gente che ama i libri riesce a girare in una libreria o in una biblioteca stando insieme ma senza intralciarsi (che poi questa è una cosa rarissima). donna autoctona con in mano un volume di andrea pazienza. donna straniera affascinata dal sistema dei carrelli.
roma. casa appena reduce da un trasloco. manca ancora qualcosa. tipo, il phon. bolognese in terrazzo, scruta il quartiere-paese e si fa asciugare i capelli dal sole. questa è una delle mie fote preferite. lei ha quel modo di guardare il quartiere-paese nel sole, che faceva intuire già la presenza di una pecora-drago da qualche parte, a dare un altro senso a tutta questa strana dimensione. padrona di casa che pensa che sì, sarebbe ora di comprarsi un phon (la volta dopo, la pennuta avrebbe telefonato a colui che tutto puote dicendo, pensa, stavolta c’è anche il phon. sempre fatto ridere moltissimo, questa frase, ogni volta che mi viene in mente).
nella cartellina “pennuta” su iphoto le conservo tutte; quelle fatte col mio mac a roma, quelle a bologna, una in cui tieni in braccio gatto che aveva solo pochi mesi, il condominio di scola. poi ce ne sono a centinaia che non sono mai state scattate. ti regalo quelle. ma sono tantissime, e quindi te le regalerò un po’ per volta, come se fosse un coso random di fote random. te tu stai pronta, che non sai né il giorno né l’ora.
la prima. roma, stazione termini. i passeggeri appena scesi dal treno proveniente da bologna centrale immobilizzati in quella fissità dinamica delle fote che fermano la gente che cammina. bolognese che avanza lungo la banchina con crestina afflosciata dal caldo, sorride e guarda nell’obbiettivo. amelia la strega che ammalia la aspetta a inizio binario. ferma, in piedi, osserva sogghignando la crestina.
bologna. o quasi: l’altra casa, quella tra la via emilia e il west. estate. notte. tavolo del soggiorno. carte da poker, birre, contenitore pieno di pop-corn. come fiches, cucchiai di plastica colorati. l’involucro trasparente che li conteneva, abbandonato in un angolo.
roma. garage condominiale. auto (semplicemente bellissima, splende e illumina tutta la foto col suo innegabile fascino) rossa in retromarcia. bolognese immobilizzata dall’obbiettivo con espressione attonita. dialogo precedente allo scatto: orgogliosa proprietaria della macchina che le dice l’anno di immatricolazione; donna che esclama, cazzo, ma questa macchina è più vecchia di me!
(per la cronaca, mi ero sbagliata: avevo invertito le cifre finali. ho ricontrollato sul libretto quando finalmente ho fatto il duplicato: è solo del 1987. sei molto più vecchia tu).
bologna. salaborsa. insieme eppure sparpagliate, di come la gente che ama i libri riesce a girare in una libreria o in una biblioteca stando insieme ma senza intralciarsi (che poi questa è una cosa rarissima). donna autoctona con in mano un volume di andrea pazienza. donna straniera affascinata dal sistema dei carrelli.
roma. casa appena reduce da un trasloco. manca ancora qualcosa. tipo, il phon. bolognese in terrazzo, scruta il quartiere-paese e si fa asciugare i capelli dal sole. questa è una delle mie fote preferite. lei ha quel modo di guardare il quartiere-paese nel sole, che faceva intuire già la presenza di una pecora-drago da qualche parte, a dare un altro senso a tutta questa strana dimensione. padrona di casa che pensa che sì, sarebbe ora di comprarsi un phon (la volta dopo, la pennuta avrebbe telefonato a colui che tutto puote dicendo, pensa, stavolta c’è anche il phon. sempre fatto ridere moltissimo, questa frase, ogni volta che mi viene in mente).
mercoledì 15 luglio 2009
mio cugino, il mio gastroenterologo
(roma)
che è il titolo di un libro di mark leyner. mio cugino non fa il gastroenterologo. cioè, a dire il vero non lo sento da anni, non ho idea di cosa combini; però mi auguro non faccia il gastroenterologo, visto che è laureato in legge.
stamattina ho preso la navicella spaziale che porta nella cattedrale nel deserto dove domina la mia gastroenterologa. ho perso i referti delle ultime analisi. non è colpa mia, è la mia bambina emozionale, è che la disegnano così. allora sono arrivata e le ho consegnato i compiti (mi sono sentita molto a scuola quando dovevi consegnare i compiti e sapevi che mancava qualcosa, e aspettavi in piedi accanto alla cattedra che la prof se ne accorgesse e la collera scolastica si abbattesse su di te), e lei a un certo punto ha alzato lo sguardo e mi ha chiesto, e le ultime analisi? e io le ho risposto, sono rimaste chiuse nell’autolavaggio. e lei: ? e io: senza benzina gomma a terra niente taxi tintoria funerale! terremoto! inondazione! cavallette! e lei: insomma, le hai perse. e io, insomma, sì. che non è questa tragedia, perché tanto faccio il puntaspilli vulcaniano a cadenza mensile. però, insomma, già nel mio corpo è in corso una guerra civile. essere anche sabotata dalla mia bambina emozionale è seccante.
comunque la cattedrale nel deserto è un luogo di bianco vs nero. è uno di quei posti dove percepisci chiaramente che “hanno diviso in due il mondo, e penso di essere dalla parte sbagliata” (no, è che era da un po’ che non citavo i marlene kuntz e mi mancavano). in effetti io sto sempre dalla parte sbagliata, un po’ per scelta, un po’ per indole, un po’ per sfiga. negli ospedali, sostanzialmente, c’è chi sta bene e cura, e chi sta male e ha paura. poi si può giocare con le sfumature, ma alla fine è così. e nei corridoi o nelle sale d’attesa te ne rendi conto di meno, ma se esci a fumare li vedi, i camici bianchi tutti raggruppati da una parte che discutono fra loro e sono incazzati per problemi di turni o primari o che, e i malati che invece sono sparpagliati, non fanno gruppo, sono silenziosi. sono dall’altra parte della barricata, quella in cui stai male e quindi sei solo. perché poi se stai male puoi avere tutti gli amici che vuoi e l’affetto e i consigli e quello che ti pare, ma sei solo, sei tu e il tuo corpo e quello che non va, è una cosa dentro di te e non la puoi condividere. e forse in fondo nemmeno la vuoi condividere.
comunque sono stata rimandata a settembre, così imparo a non portare i compiti. quella faccenda degli esami che non finiscono mai, minchia, non pensavo andasse presa così alla lettera, eh.
che è il titolo di un libro di mark leyner. mio cugino non fa il gastroenterologo. cioè, a dire il vero non lo sento da anni, non ho idea di cosa combini; però mi auguro non faccia il gastroenterologo, visto che è laureato in legge.
stamattina ho preso la navicella spaziale che porta nella cattedrale nel deserto dove domina la mia gastroenterologa. ho perso i referti delle ultime analisi. non è colpa mia, è la mia bambina emozionale, è che la disegnano così. allora sono arrivata e le ho consegnato i compiti (mi sono sentita molto a scuola quando dovevi consegnare i compiti e sapevi che mancava qualcosa, e aspettavi in piedi accanto alla cattedra che la prof se ne accorgesse e la collera scolastica si abbattesse su di te), e lei a un certo punto ha alzato lo sguardo e mi ha chiesto, e le ultime analisi? e io le ho risposto, sono rimaste chiuse nell’autolavaggio. e lei: ? e io: senza benzina gomma a terra niente taxi tintoria funerale! terremoto! inondazione! cavallette! e lei: insomma, le hai perse. e io, insomma, sì. che non è questa tragedia, perché tanto faccio il puntaspilli vulcaniano a cadenza mensile. però, insomma, già nel mio corpo è in corso una guerra civile. essere anche sabotata dalla mia bambina emozionale è seccante.
comunque la cattedrale nel deserto è un luogo di bianco vs nero. è uno di quei posti dove percepisci chiaramente che “hanno diviso in due il mondo, e penso di essere dalla parte sbagliata” (no, è che era da un po’ che non citavo i marlene kuntz e mi mancavano). in effetti io sto sempre dalla parte sbagliata, un po’ per scelta, un po’ per indole, un po’ per sfiga. negli ospedali, sostanzialmente, c’è chi sta bene e cura, e chi sta male e ha paura. poi si può giocare con le sfumature, ma alla fine è così. e nei corridoi o nelle sale d’attesa te ne rendi conto di meno, ma se esci a fumare li vedi, i camici bianchi tutti raggruppati da una parte che discutono fra loro e sono incazzati per problemi di turni o primari o che, e i malati che invece sono sparpagliati, non fanno gruppo, sono silenziosi. sono dall’altra parte della barricata, quella in cui stai male e quindi sei solo. perché poi se stai male puoi avere tutti gli amici che vuoi e l’affetto e i consigli e quello che ti pare, ma sei solo, sei tu e il tuo corpo e quello che non va, è una cosa dentro di te e non la puoi condividere. e forse in fondo nemmeno la vuoi condividere.
comunque sono stata rimandata a settembre, così imparo a non portare i compiti. quella faccenda degli esami che non finiscono mai, minchia, non pensavo andasse presa così alla lettera, eh.
Iscriviti a:
Post (Atom)