(roma)
(s.): (allora, devo spedirti il libro con la dedica di chinaski. poi per me gli ho fatto autografare una copia di infinite jest)
eddie: (ha scritto lui pure quello? io pensavo fosse di wallace)
(s.): (ha firmato david)
eddie: (io avrei firmato foster uollas)
(s.): (comunque, sono arrivata e come mi avevi detto dovevo salutarti chinaski. c'erano due persone, chinaski e livefast. avevo il 50 per cento di possibilità di farcela. ti ho salutato livefast, infatti)
eddie: hai salutato la persona sbagliata. un genio. no, dico, eh
(s.): (che però è stato molto contento, ha detto che sei uno dei suoi miti)
eddie: (sicura che non abbia detto mitili? hai il 50% di possibilità di aver capito bene)
(s.): poi c'è stata la presentazione che doveva essere condotta da livefast, invece è stata sostanzialmente condotta dalla signora bruna (senti, scusa, dovrei scrivere un post su questa presentazione ma non mi va, ti secca se copioincollo da qui tutta la conversazione? tolti i commenti acidi della pennuta, ovviamente)
eddie: sìsì, fai. metti quello dove dici che XXXXXXXXXXXXX
(s.): (poi alla fine ho preso due copie del libro, una l'ho fatta dedicare a raul, chinaski mi ha chiesto, chi è raul?, e io gli ho indicato la pennuta che nel frattempo si stava mimetizzando con uno scaffale dall'altra parte della libreria)
eddie: raul!
(s.): (una l'ho fatta dedicare a te, e a quel punto te l'ho salutato. potevo fare il capolavoro assoluto e farla firmare da livefast, ma purtroppo si era allontanato)
eddie: peccato, sì (potevi fare il capolavoro assoluto e per me gli facevi firmare un assegno)
(s.): (e poi per me gli ho fatto firmare infinite jest) http://www.phonkmeister.com/post/223859951/chinaski-autografa-un-suo-precedente-libro
eddie: uffa. ma me l'hai salutato davvero o hai balbettato qualcosa di incomprensibile come tuo solito?
(s.): (guarda, chiedi a livefast. era tutto contento di essere salutato da te, quindi sono stata comprensibilissima) (hanno anche chiesto perché non c'eri, gli ho detto, per lui è un po' fuori mano, e livefast, vero, che eddie è di udine)
eddie: udine???
(s.): (insomma, sappi che vivi a udine)
eddie: (tu ovviamente hai annuito e detto che sono un friulano doc)
(s.): (ma anche chinaski ha sparato un posto a cazzo, tipo bolzano o una roba del genere, ora non mi ricordo)
eddie: (genii. ma scusa, ma non ti hanno chiesto come facevi a conoscermi?)
(s.): (no)
eddie: (giusto)
(s.): (si vede che ho la faccia di una che ti conosce)
eddie: (è perfettamente scontato che uno di udine conosca una di roma che sta a bologna) (non fa una piega)
(s.): (devono aver pensato, questa arriva, scambia livefast con chinaski, deve essere amica di eddie)
eddie: (è anche probabile) (ma che c'è scritto sulla dedica?)
(s.): (c'è scritto, a eddie, uno dei miti di livefast, ma noi sappiamo che è un cretino. si vede dalle amiche che ci manda alle presentazioni)
eddie: (questa sarebbe una bellissima dedica)
(s.): (vero)
ecco, è andata così.
upcoso: l'altra metà del blog, la pennuta aka raul, esige che io faccia presente che infinite jest è un suo dono alla mia pregevole personcina, e poi che l'idea di portarselo dietro nonostante pesi una decina di chili per farlo autografare da un attonito chinaski è sua (su, su, non sei una brutta persona, oddònna. sei solo un po' psyco, ma in un modo assolutamente adorabile. per quanto terrorizzante).
martedì 27 ottobre 2009
sabato 17 ottobre 2009
volo nolo malo
(roma)
il grande spirito del bradipo, che in genere mi guida e mi illumina (con mezzo cerino per volta e con molta calma) è latitante. pare abbia trovato traffico sul ramo di un albero, e si sia addormentato in mezzo all’incrocio. lo sostituisce una sciamana di origini vichinghe, sinceramente convinta che ogni problema nella vita possa essere risolto tirando un’ascia addosso a qualcuno. a caso. io non ho asce e se anche le avessi mi farei male da sola soltanto a guardarle; al limite posso tirare pigne, ma ho una pessima mira e mi dà fastidio restare appiccicaticcia di resina.
la sciamana sostiene che devo imparare a comunicare la rabbia. le ho detto che ho imparato a comunicare in italiano, inglese, francese e giapponese, e adesso anche la rabbia mi sembra eccessivo. per il momento con le lingue straniere avrei chiuso. lei scuote la testa e insiste che devo assecondare i cambiamenti energetici del pianeta. io domando se influiranno sulla frequenza delle corse della metro b. lei lascia un messaggio nella segreteria telefonica del grande spirito del bradipo, chiedendogli quando torna a occuparsi di me che non ne può più. al posto del bip si sente ronfare.
allora vado in stazione a guardare i treni. lo faccio da quando ero piccola. le cose vanno e vengono senza che ci sia bisogno di scegliere, e ad osservarle da fuori non si deve nemmeno pagare il biglietto, né porsi il problema della puntualità. in realtà frenitalia è stata inventata affinché gli esseri umani si rendessero conto che il concetto di tempo è stato del tutto frainteso. anche il concetto di pulizia dei bagni, peraltro.
io non scelgo; questa storia che tutta la vita è prendere decisioni etc etc non l’ho mai capita. le cose avvengono e basta, e se proprio non si ha niente di meglio da fare se ne può prendere atto. che è un po’ come quando i medici del pronto soccorso constatano l’ora del decesso. i sentimenti muoiono, le esperienze muoiono, muoiono i tempi, le amicizie, gli amori, la fiducia, e quando si lascia qualcosa, qualcuno, un lavoro, una persona, un’esperienza, un’amicizia, tutto quello che si sta facendo non è scegliere, non è decidere, è solo accorgersi che è morto, alzare gli occhi verso l’orologio a parete e registrare l’ora del decesso. e poi si va via, e nemmeno quello è scegliere, perché si crede di andare via, e invece si è stati andati via. che è brutto, e non solo da un punto di vista grammaticale, lo so.
il grande spirito del bradipo, che in genere mi guida e mi illumina (con mezzo cerino per volta e con molta calma) è latitante. pare abbia trovato traffico sul ramo di un albero, e si sia addormentato in mezzo all’incrocio. lo sostituisce una sciamana di origini vichinghe, sinceramente convinta che ogni problema nella vita possa essere risolto tirando un’ascia addosso a qualcuno. a caso. io non ho asce e se anche le avessi mi farei male da sola soltanto a guardarle; al limite posso tirare pigne, ma ho una pessima mira e mi dà fastidio restare appiccicaticcia di resina.
la sciamana sostiene che devo imparare a comunicare la rabbia. le ho detto che ho imparato a comunicare in italiano, inglese, francese e giapponese, e adesso anche la rabbia mi sembra eccessivo. per il momento con le lingue straniere avrei chiuso. lei scuote la testa e insiste che devo assecondare i cambiamenti energetici del pianeta. io domando se influiranno sulla frequenza delle corse della metro b. lei lascia un messaggio nella segreteria telefonica del grande spirito del bradipo, chiedendogli quando torna a occuparsi di me che non ne può più. al posto del bip si sente ronfare.
allora vado in stazione a guardare i treni. lo faccio da quando ero piccola. le cose vanno e vengono senza che ci sia bisogno di scegliere, e ad osservarle da fuori non si deve nemmeno pagare il biglietto, né porsi il problema della puntualità. in realtà frenitalia è stata inventata affinché gli esseri umani si rendessero conto che il concetto di tempo è stato del tutto frainteso. anche il concetto di pulizia dei bagni, peraltro.
io non scelgo; questa storia che tutta la vita è prendere decisioni etc etc non l’ho mai capita. le cose avvengono e basta, e se proprio non si ha niente di meglio da fare se ne può prendere atto. che è un po’ come quando i medici del pronto soccorso constatano l’ora del decesso. i sentimenti muoiono, le esperienze muoiono, muoiono i tempi, le amicizie, gli amori, la fiducia, e quando si lascia qualcosa, qualcuno, un lavoro, una persona, un’esperienza, un’amicizia, tutto quello che si sta facendo non è scegliere, non è decidere, è solo accorgersi che è morto, alzare gli occhi verso l’orologio a parete e registrare l’ora del decesso. e poi si va via, e nemmeno quello è scegliere, perché si crede di andare via, e invece si è stati andati via. che è brutto, e non solo da un punto di vista grammaticale, lo so.
giovedì 15 ottobre 2009
pini
(roma)
questa è la stagione in cui anche i pini partecipano al gioco ideato dal pianeta terra “una soluzione creativa per liberarsi di questi inutili parassiti bipedi che ci infestano da un po’ troppo tempo”. cioè, la mattina, per raggiungere la stazione del quartiere-paese, devo percorrere un chilometro di campo d’addestramento su come schivare pigne e contemporaneamente non scivolare sugli aghi di pino. vanto un record personale di ben due metri e 25 cm in linea retta; per il resto è tutto uno zompettare e scivolare qua e là. ora, io questa faccenda della necessità dell’estinzione del genere umano un po’ la capisco pure, cioè, trovo perfettamente comprensibile che la terra voglia farci fuori tutti, visti i casini che combiniamo. però essere fatta fuori alle otto di mattina con una pigna in testa è qualcosa che oltrepassa le mie capacità di empatia coi pini, tutto qui.
comunque, ogni mattina mi faccio un chilometro di percorso di guerra tutta tesa a non estinguermi, un’ora di treno e metro varie, arrivo in ufficio, mi guardo intorno, faccio quello che posso, poi mi alzo, dico ci vediamo fra un po’, e mi faccio un’altra ora di metro a vuoto. semplicemente per allontanarmi da lì, finire dall’altra parte della città, passeggiare cinque minuti, fumare una sigaretta e poi tornare indietro.
a parte che, sì, chiaramente non sto proprio benissimo. ma è una roba che non ci si crede, tutti i pini che ci stanno in questa città. ora però mi sono ricordata di quella volta che ho rischiato di essere uccisa da un cartone del latte da un litro caduto dal quarto piano e precipitato a venti centimetri da me, esplodendo. che io sono pure intollerante al latte. cioè, lo ero già da prima, ma poi ritrovarmi completamente coperta di latte non ha migliorato molto i nostri rapporti.
ok, vada per i pini.
no, poi il senso era che oggi ho elencato a fm tutta una serie di cose che devo fare nei prossimi giorni, e lui ha ristabilito l’ordine corretto mettendo “morire” all’ultimo posto, dopo finire il libro che sto leggendo, finire di rivedere il romanzo, pubblicarlo e ricevere il nobel per la letteratura, e un po’ di altre cose. adesso tocca solo vedere se i pini sanno leggere. in realtà il senso vero è che uno può immettersi sulla strada giusta anche dalla strada sbagliata, forse. arrivare a un punto di stanchezza tale che o precipita definitivamente o si ritrova in carreggiata, in qualche modo. o se ne frega, esce e va a leggere qualcosa a un pino. magari gli piace.
questa è la stagione in cui anche i pini partecipano al gioco ideato dal pianeta terra “una soluzione creativa per liberarsi di questi inutili parassiti bipedi che ci infestano da un po’ troppo tempo”. cioè, la mattina, per raggiungere la stazione del quartiere-paese, devo percorrere un chilometro di campo d’addestramento su come schivare pigne e contemporaneamente non scivolare sugli aghi di pino. vanto un record personale di ben due metri e 25 cm in linea retta; per il resto è tutto uno zompettare e scivolare qua e là. ora, io questa faccenda della necessità dell’estinzione del genere umano un po’ la capisco pure, cioè, trovo perfettamente comprensibile che la terra voglia farci fuori tutti, visti i casini che combiniamo. però essere fatta fuori alle otto di mattina con una pigna in testa è qualcosa che oltrepassa le mie capacità di empatia coi pini, tutto qui.
comunque, ogni mattina mi faccio un chilometro di percorso di guerra tutta tesa a non estinguermi, un’ora di treno e metro varie, arrivo in ufficio, mi guardo intorno, faccio quello che posso, poi mi alzo, dico ci vediamo fra un po’, e mi faccio un’altra ora di metro a vuoto. semplicemente per allontanarmi da lì, finire dall’altra parte della città, passeggiare cinque minuti, fumare una sigaretta e poi tornare indietro.
a parte che, sì, chiaramente non sto proprio benissimo. ma è una roba che non ci si crede, tutti i pini che ci stanno in questa città. ora però mi sono ricordata di quella volta che ho rischiato di essere uccisa da un cartone del latte da un litro caduto dal quarto piano e precipitato a venti centimetri da me, esplodendo. che io sono pure intollerante al latte. cioè, lo ero già da prima, ma poi ritrovarmi completamente coperta di latte non ha migliorato molto i nostri rapporti.
ok, vada per i pini.
no, poi il senso era che oggi ho elencato a fm tutta una serie di cose che devo fare nei prossimi giorni, e lui ha ristabilito l’ordine corretto mettendo “morire” all’ultimo posto, dopo finire il libro che sto leggendo, finire di rivedere il romanzo, pubblicarlo e ricevere il nobel per la letteratura, e un po’ di altre cose. adesso tocca solo vedere se i pini sanno leggere. in realtà il senso vero è che uno può immettersi sulla strada giusta anche dalla strada sbagliata, forse. arrivare a un punto di stanchezza tale che o precipita definitivamente o si ritrova in carreggiata, in qualche modo. o se ne frega, esce e va a leggere qualcosa a un pino. magari gli piace.
sabato 10 ottobre 2009
medium orange
(roma)
due settimane fa mentre andavo al mercato ho incrociato due cammelli. una settimana fa, un cammello. stamattina, zero cammelli. non so se sabato prossimo si percepirà meno un cammello, non ho idea di che forma abbiano i cammelli negativi. comunque oggi ci sono rimasta male. ci si abitua in fretta ai cammelli. sono carini, hanno gli occhioni grandi e sono spettinati. poi, certo, mi sto ancora chiedendo che ci facessero due cammelli in mezzo al quartiere-paese, ma questo è un altro discorso. devo rimettermi lo smalto. rosa. coi brillantini. non mi sento proprio benissimo ma vado a lavorare lo stesso. mi sono licenziata ma vado a lavorare lo stesso. ho comprato dei pesci finti per un acquario finto. vado a lavorare per questo, lo stesso. sogno persone che mi regalano pietre. almeno non me le tirano. piccole pietre ornamentali, e grandi pietre che si aprono e si chiudono come libri, e dentro ci sono colori e una firma. ho di nuovo i crampi. non riesco ad essere davvero arrabbiata. il rametto di geranio passato con questa ansia di mettere fiori su fiori sta trascurando le foglie, resta piccolo, si dimentica dell’inverno, si sente in primavera; il rametto di geranio futuro, che avrebbe fiori più belli, è diventato grande il doppio di passato, mette su solo foglie, si prepara all’inverno sapendo che tanto dopo c’è la primavera. io tifo per entrambi. tanto più che la primavera è sempre un luogo della mente, almeno in questo dall’anno scorso non è cambiato niente.
due settimane fa mentre andavo al mercato ho incrociato due cammelli. una settimana fa, un cammello. stamattina, zero cammelli. non so se sabato prossimo si percepirà meno un cammello, non ho idea di che forma abbiano i cammelli negativi. comunque oggi ci sono rimasta male. ci si abitua in fretta ai cammelli. sono carini, hanno gli occhioni grandi e sono spettinati. poi, certo, mi sto ancora chiedendo che ci facessero due cammelli in mezzo al quartiere-paese, ma questo è un altro discorso. devo rimettermi lo smalto. rosa. coi brillantini. non mi sento proprio benissimo ma vado a lavorare lo stesso. mi sono licenziata ma vado a lavorare lo stesso. ho comprato dei pesci finti per un acquario finto. vado a lavorare per questo, lo stesso. sogno persone che mi regalano pietre. almeno non me le tirano. piccole pietre ornamentali, e grandi pietre che si aprono e si chiudono come libri, e dentro ci sono colori e una firma. ho di nuovo i crampi. non riesco ad essere davvero arrabbiata. il rametto di geranio passato con questa ansia di mettere fiori su fiori sta trascurando le foglie, resta piccolo, si dimentica dell’inverno, si sente in primavera; il rametto di geranio futuro, che avrebbe fiori più belli, è diventato grande il doppio di passato, mette su solo foglie, si prepara all’inverno sapendo che tanto dopo c’è la primavera. io tifo per entrambi. tanto più che la primavera è sempre un luogo della mente, almeno in questo dall’anno scorso non è cambiato niente.
martedì 6 ottobre 2009
la sostenibilissima leggerezza dell’errare
(roma)
ci pensi, ci ripensi. ci strapensi. ci pensi un po’ su e poi torni a pensarci. e mica solo pensi: rifletti, analizzi, consideri (come se fissassi una stella), fai tutto quello che un dizionario dei sinonimi è in grado di suggerirti.
e arrivi a una conclusione definitiva: è un errore. se lo fai, sbagli. ma tanto. ma proprio di brutto. cioè, non è un semplice errore. è l’himalaya dei passi falsi.
e con la consapevolezza di, lo fai. e lo fai a cuor leggero, con la serenità di chi non deve più stare a chiedersi se sia giusto o no, col dubbio che magari te ne pentirai. niente dubbi. è sbagliato e te ne pentirai. che bello. è bellissimo, davvero. ti stai concedendo la certezza dell’errore. te la stai regalando senza scusanti, senza giustificazioni, senza alibi. nessun, non ci avevo pensato abbastanza. nessun, non avevo valutato la cosa attentamente.
e ti senti bene come non ti succedeva da mesi.
ci pensi, ci ripensi. ci strapensi. ci pensi un po’ su e poi torni a pensarci. e mica solo pensi: rifletti, analizzi, consideri (come se fissassi una stella), fai tutto quello che un dizionario dei sinonimi è in grado di suggerirti.
e arrivi a una conclusione definitiva: è un errore. se lo fai, sbagli. ma tanto. ma proprio di brutto. cioè, non è un semplice errore. è l’himalaya dei passi falsi.
e con la consapevolezza di, lo fai. e lo fai a cuor leggero, con la serenità di chi non deve più stare a chiedersi se sia giusto o no, col dubbio che magari te ne pentirai. niente dubbi. è sbagliato e te ne pentirai. che bello. è bellissimo, davvero. ti stai concedendo la certezza dell’errore. te la stai regalando senza scusanti, senza giustificazioni, senza alibi. nessun, non ci avevo pensato abbastanza. nessun, non avevo valutato la cosa attentamente.
e ti senti bene come non ti succedeva da mesi.
domenica 27 settembre 2009
spalando nuvole
(roma)
fragili, importune, spietate compagne, le cose che non dici nemmeno a te stessa.
fragili, importune, spietate compagne, le cose che non dici nemmeno a te stessa.
mercoledì 16 settembre 2009
presempio gatto dei compleanni se ne frega
(roma)
e ti svegli e ti guardi allo specchio ma non sembra ci sia nulla di nuovo, poi guardi meglio e scopri che hai i denti più bianchi e resti interdetta, che questo tra gli effetti collaterali dell’avere un anno di più nessuno l’aveva citato mai. e per il resto è tutto uguale, cambi l’acqua a gatto e metti su il caffè e lavi i piatti della sera prima e fai la doccia e ti concedi di speciale solo i tuoi calzini preferiti che sono a strisce orizzontali rosa chiaro rosa scuro fucsia viola, e la giacca militare perché l’hai già detto ma ha ragione morgan, che a volte l’unica è mettersi la giacca dell’anno scorso per riconoscersi e uscire. poi c’è la solita discesa e il solito traffico e il solito treno e le solite due metro e il solito cammino fino a dove lavori, e lì di insolito c’è che si è allagata la sala server e c’è stato un corto circuito e non funziona assolutamente nulla, nemmeno i telefoni. e ti viene da ridere che quando ha iniziato a fare caldissimo il server è morto causa caldo, adesso sono iniziate le piogge e il server è morto annegato, e quando gelerà ti immagini che il server morirà congelato e a primavera magari sarà il primo server a morire di allergia al polline. e tutti ti sorridono e ti fanno gli auguri e ti baciano e ti danno anche un regalino e all’improvviso hai la strana sensazione che ti abbiano in qualche modo adottata, e pensi che hanno capito che sei debole, non fragile, ma proprio fisicamente debole, e questo magari nemmeno ti va ma oggi decidi che per farsi nuovi problemi si può sempre rimandare a domani. e poi te ne vai che hai un appuntamento per pranzo, te ne vai mentre ti dicono che venerdì si va a festeggiare in un locale, e tu sorridi. festeggiate voi. festeggiatelo voi quest’anno che è stato ospedali analisi medici paura. ma poi in fondo mentre dondoli verso la metro pensi che è stato anche risvegliarsi e conoscere e mettersi in discussione dolorosamente ma va bene così. e questo senso di umiliazione, si può rimandare a domani anche questo, non è necessario pensarci proprio adesso che è esattamente questa la parola che ti è sfuggita per mesi, umiliazione, sentirsi umiliati dal proprio corpo. e ti pareva che proprio oggi dovevi finalmente riuscire a sintetizzarlo nella parola giusta. poi pranzate fuori e sei contenta che questo invito è stata una sorpresa e allora non ti dispiace essere qui e non a bologna che è il luogo che hai deputato al non pensare ai consuntivi di fine anno. poi nel pomeriggio altri auguri e altri regali e ti rendi conto che ne sei fuori, hai qualche secondo di scarto, la gente continua a telefonare a mandare sms a passare a dire auguri e tu hai sempre bisogno di un po’ di tempo per capire, auguri perché. la sera la passi a casa a lavorare. venerdì non ci vai a festeggiare. poi gatto ti si struscia contro e che giorno sia nato non lo sai, l’hai trovato in un tombino in una notte di pioggia che aveva forse un mese, ma non ve ne è mai importato niente. e comunque stasera piove ma ci sono divani e coperte al posto dei tombini e a pranzo hai detto che ce la fai e ci credi davvero, ce la fai.
e ti svegli e ti guardi allo specchio ma non sembra ci sia nulla di nuovo, poi guardi meglio e scopri che hai i denti più bianchi e resti interdetta, che questo tra gli effetti collaterali dell’avere un anno di più nessuno l’aveva citato mai. e per il resto è tutto uguale, cambi l’acqua a gatto e metti su il caffè e lavi i piatti della sera prima e fai la doccia e ti concedi di speciale solo i tuoi calzini preferiti che sono a strisce orizzontali rosa chiaro rosa scuro fucsia viola, e la giacca militare perché l’hai già detto ma ha ragione morgan, che a volte l’unica è mettersi la giacca dell’anno scorso per riconoscersi e uscire. poi c’è la solita discesa e il solito traffico e il solito treno e le solite due metro e il solito cammino fino a dove lavori, e lì di insolito c’è che si è allagata la sala server e c’è stato un corto circuito e non funziona assolutamente nulla, nemmeno i telefoni. e ti viene da ridere che quando ha iniziato a fare caldissimo il server è morto causa caldo, adesso sono iniziate le piogge e il server è morto annegato, e quando gelerà ti immagini che il server morirà congelato e a primavera magari sarà il primo server a morire di allergia al polline. e tutti ti sorridono e ti fanno gli auguri e ti baciano e ti danno anche un regalino e all’improvviso hai la strana sensazione che ti abbiano in qualche modo adottata, e pensi che hanno capito che sei debole, non fragile, ma proprio fisicamente debole, e questo magari nemmeno ti va ma oggi decidi che per farsi nuovi problemi si può sempre rimandare a domani. e poi te ne vai che hai un appuntamento per pranzo, te ne vai mentre ti dicono che venerdì si va a festeggiare in un locale, e tu sorridi. festeggiate voi. festeggiatelo voi quest’anno che è stato ospedali analisi medici paura. ma poi in fondo mentre dondoli verso la metro pensi che è stato anche risvegliarsi e conoscere e mettersi in discussione dolorosamente ma va bene così. e questo senso di umiliazione, si può rimandare a domani anche questo, non è necessario pensarci proprio adesso che è esattamente questa la parola che ti è sfuggita per mesi, umiliazione, sentirsi umiliati dal proprio corpo. e ti pareva che proprio oggi dovevi finalmente riuscire a sintetizzarlo nella parola giusta. poi pranzate fuori e sei contenta che questo invito è stata una sorpresa e allora non ti dispiace essere qui e non a bologna che è il luogo che hai deputato al non pensare ai consuntivi di fine anno. poi nel pomeriggio altri auguri e altri regali e ti rendi conto che ne sei fuori, hai qualche secondo di scarto, la gente continua a telefonare a mandare sms a passare a dire auguri e tu hai sempre bisogno di un po’ di tempo per capire, auguri perché. la sera la passi a casa a lavorare. venerdì non ci vai a festeggiare. poi gatto ti si struscia contro e che giorno sia nato non lo sai, l’hai trovato in un tombino in una notte di pioggia che aveva forse un mese, ma non ve ne è mai importato niente. e comunque stasera piove ma ci sono divani e coperte al posto dei tombini e a pranzo hai detto che ce la fai e ci credi davvero, ce la fai.
domenica 13 settembre 2009
una formidabile idiota
(roma)
nel giro di un’ora sono riuscita a impantanarmi in due fantastici equivoci, di cui però il secondo ha annullato il primo. visto che il primo è stato invitare un uomo a cena a casa mia senza rendermene assolutamente conto (se vi state chiedendo come si fa a invitare a cena un uomo a casa propria senza rendersene conto, ebbene, si può. se vi state chiedendo se è lui che ha completamente travisato, beh, sì, lui ha completamente travisato, ma ripercorrendo mentalmente le tappe della conversazione, è del tutto giustificato. se vi state chiedendo, in che senso è giustificato, quindi tu hai di fatto portato avanti una conversazione il cui senso era, vieni a cena a casa mia, la risposta è sì. se vi state chiedendo come io abbia fatto a portare avanti per mezz'ora una conversazione il cui senso era, vieni a cena a casa mia, senza rendermene conto, ebbene, vuol dire che non vi siete fatti un’idea chiara di me. io sono capacissima di portare avanti per mezz’ora una conversazione il cui senso è chiaramente, vieni a cena a casa mia, non solo senza capirlo, non solo stupendomi moltissimo quando poi mi rendo conto che è esattamente quello che ho fatto, ma anche riuscendo a peggiorare la situazione di minuto in minuto. cioè, c’è da sentirsi sollevati che io mi sia limitata a fargli solo capire che lo invitavo a cena a casa mia, e non ben altro. oddio. almeno credo che abbia capito solo quello), il fatto che il secondo equivoco, che invece non ha nulla a che fare con cene di nessun tipo, abbia portato entrambi ad arrabbiarci moltissimo, per cui probabilmente io e quest’uomo non ci rivolgeremo la parola mai più, suppongo sia una cosa positiva. potrei anche aggiungere che dopo ho fatto un altro paio di ulteriori cazzate, ma che te lo dico a fare, donnie.
cioè, poi il punto è che essere me è una roba faticosissima. e io sono me tutto il giorno, tutti i giorni. mì, mi stanco solo a pensarci.
nel giro di un’ora sono riuscita a impantanarmi in due fantastici equivoci, di cui però il secondo ha annullato il primo. visto che il primo è stato invitare un uomo a cena a casa mia senza rendermene assolutamente conto (se vi state chiedendo come si fa a invitare a cena un uomo a casa propria senza rendersene conto, ebbene, si può. se vi state chiedendo se è lui che ha completamente travisato, beh, sì, lui ha completamente travisato, ma ripercorrendo mentalmente le tappe della conversazione, è del tutto giustificato. se vi state chiedendo, in che senso è giustificato, quindi tu hai di fatto portato avanti una conversazione il cui senso era, vieni a cena a casa mia, la risposta è sì. se vi state chiedendo come io abbia fatto a portare avanti per mezz'ora una conversazione il cui senso era, vieni a cena a casa mia, senza rendermene conto, ebbene, vuol dire che non vi siete fatti un’idea chiara di me. io sono capacissima di portare avanti per mezz’ora una conversazione il cui senso è chiaramente, vieni a cena a casa mia, non solo senza capirlo, non solo stupendomi moltissimo quando poi mi rendo conto che è esattamente quello che ho fatto, ma anche riuscendo a peggiorare la situazione di minuto in minuto. cioè, c’è da sentirsi sollevati che io mi sia limitata a fargli solo capire che lo invitavo a cena a casa mia, e non ben altro. oddio. almeno credo che abbia capito solo quello), il fatto che il secondo equivoco, che invece non ha nulla a che fare con cene di nessun tipo, abbia portato entrambi ad arrabbiarci moltissimo, per cui probabilmente io e quest’uomo non ci rivolgeremo la parola mai più, suppongo sia una cosa positiva. potrei anche aggiungere che dopo ho fatto un altro paio di ulteriori cazzate, ma che te lo dico a fare, donnie.
cioè, poi il punto è che essere me è una roba faticosissima. e io sono me tutto il giorno, tutti i giorni. mì, mi stanco solo a pensarci.
sabato 5 settembre 2009
patè d'animo
(roma)
sono molto contenta: mi è arrivata una cartolina dal mio fegato, in vacanza su betelgeuse. pare che abbia incontrato un suo vecchio amico che non vedeva da quasi un anno: passano le serate a bere pan galactic gargle blaster e a cercare rime con se stessi. io, con me stessa, mi accontenterei di trovare un’assonanza.
qui nel soggiorno c’è una certa agitazione; l’albero di natale nano è più irritabile del solito perché è stato colto da una feroce crisi di gelosia nei confronti di una pianta-albero ma non lo vuole ammettere, mentre il bastone della pioggia è depresso: ore di scuotimento hanno prodotto solo una breve pioggerellina più irriverente che altro, che ha peggiorato l’afa. io sto cercando di spiegargli che c’è un equivoco, lui è uno strumento musicale, non serve a far piovere: è che a volte uno non si conosce bene come crede, fraintende se stesso, ritiene di avere determinati doveri per motivi del tutto sbagliati. tutto quello che sto ottenendo è di sommare alla depressione anche una crisi esistenziale.
nel frattempo io e gatto siamo alle prese con un problema metaforicofisicosofico non da poco. dei tre rametti di geranio a cui avevo dato i nomi passato, presente e futuro, passato ha fatto i fiori, futuro sta mettendo un bel po’ di foglie nuove, presente sta inequivocabilmente morendo. io non mi spiego come futuro possa sopravvivere se ci giochiamo presente; la tesi di gatto è che dipende dal fatto che saturno sta uscendo dal mio segno. e che comunque per sicurezza dovrei andare a fare scorta di croccantini, che non si sa mai.
poi ho scoperto che le galline sono generose, ma questa è un’altra storia, anzi, non lo è affatto. è la tipica fregatura delle fasi di passaggio, fare scoperte interessanti e non poterci fare niente, se non provare a imparare già sapendo che tanto si dimenticherà.
sono molto contenta: mi è arrivata una cartolina dal mio fegato, in vacanza su betelgeuse. pare che abbia incontrato un suo vecchio amico che non vedeva da quasi un anno: passano le serate a bere pan galactic gargle blaster e a cercare rime con se stessi. io, con me stessa, mi accontenterei di trovare un’assonanza.
qui nel soggiorno c’è una certa agitazione; l’albero di natale nano è più irritabile del solito perché è stato colto da una feroce crisi di gelosia nei confronti di una pianta-albero ma non lo vuole ammettere, mentre il bastone della pioggia è depresso: ore di scuotimento hanno prodotto solo una breve pioggerellina più irriverente che altro, che ha peggiorato l’afa. io sto cercando di spiegargli che c’è un equivoco, lui è uno strumento musicale, non serve a far piovere: è che a volte uno non si conosce bene come crede, fraintende se stesso, ritiene di avere determinati doveri per motivi del tutto sbagliati. tutto quello che sto ottenendo è di sommare alla depressione anche una crisi esistenziale.
nel frattempo io e gatto siamo alle prese con un problema metaforicofisicosofico non da poco. dei tre rametti di geranio a cui avevo dato i nomi passato, presente e futuro, passato ha fatto i fiori, futuro sta mettendo un bel po’ di foglie nuove, presente sta inequivocabilmente morendo. io non mi spiego come futuro possa sopravvivere se ci giochiamo presente; la tesi di gatto è che dipende dal fatto che saturno sta uscendo dal mio segno. e che comunque per sicurezza dovrei andare a fare scorta di croccantini, che non si sa mai.
poi ho scoperto che le galline sono generose, ma questa è un’altra storia, anzi, non lo è affatto. è la tipica fregatura delle fasi di passaggio, fare scoperte interessanti e non poterci fare niente, se non provare a imparare già sapendo che tanto si dimenticherà.
lunedì 31 agosto 2009
and don't you know that it's just you?
(roma)
and anytime you feel the pain
hey jude, refrain
don't carry the world upon your shoulders
for well you know that it's a fool
who plays it cool
by making his world a little colder
(the beatles)
ecco, ora mi sento un po' meglio.
esistono per questo le canzoni, no?
and anytime you feel the pain
hey jude, refrain
don't carry the world upon your shoulders
for well you know that it's a fool
who plays it cool
by making his world a little colder
(the beatles)
ecco, ora mi sento un po' meglio.
esistono per questo le canzoni, no?
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