(roma)
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria, e non lo sono, come mi è stato detto; se fossi capace, però.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria direi che circondato da quelle pareti di vetro sembri giusto un’anima persa che nuota in una boccia per pesci; e se posso evito di entrare nell’acquario con le tendine, perché di fare la seconda anima persa non mi va che mi vada.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria mi chiederei, seriamente, perché ogni giorno debba essere così complicato, per me, che non mi facciano scambiare i miei eroi con fantasmi, mentre per gli altri sembra sempre così facile.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria spiegherei in che modo mi sento, contemporaneamente, comparsa fuori, e protagonista dentro, di una guerra in una gabbia.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria confesserei di non essere mai stata capace di distinguere un sorriso da un inganno, e di quanti pensieri e dubbi e dolori ne siano venuti.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria sorriderei per le discussioni sulle parole giuste, che siano paure o lacrime, dal vivo o su disco, perché tanto è esattamente lo stesso.
se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria proverei a spiegare che non sono mai così intimista come quando parlo con la pecora-drago o il bastone della pioggia o la poltrona verde, o discuto con l’albero di natale nano o sospiro insieme all’elefantino viola o rido con gatto, perché se fossi capace di scrittura intimista e non letteraria sarei capace di dire, molto semplicemente, che per quanto sembri assurdo quello è il mio mondo vero, e tutto il resto per me è estraneo, è solo un altro mondo in cui corro, anno dopo anno, trovando sempre le stesse parole che si confondono. se fossi capace.
sabato 27 giugno 2009
domenica 21 giugno 2009
come d'autunno
(roma)
poi guardi commedie sentimentali solo perché ti piace il protagonista, e lo senti dire che l’universo lascia che il cuore si espanda, e che deve essere questo il senso di tutto il dolore e le difficoltà che dobbiamo affrontare. e ci stavi pensando già da un po’, che alcune persone vengono attraversate dal dolore e acquistano una nuova forma, una diversa pienezza, un nuovo respiro nella voce quando cantano, un altro tocco della penna sul foglio quando scrivono, uno sguardo più lucido quando hanno a che fare col mondo. un cuore espanso. ma altre persone vengono risucchiate dal dolore e disseccate, e diventano timbri metallici e penne che graffiano e negatività e rancore.
(ti senti in colpa perché non stai bene. ti senti in colpa perché non stai bene e c’è una persona a cui vuoi bene, hai bene da volere ma non da dare. e finché non torni luminosa non lo dovresti nemmeno avvicinare).
pensavi a quella che è una delle frasi più famose di che guevara, che bisogna sapersi indurire senza rinunciare alla propria tenerezza. pensavi a quante cose ti hanno attraversata in questi anni senza disseccarti, insegnandoti un nuovo modo di toccare le persone. ma scendendo hai perso troppi pezzi sulle scale e per tanto tempo ti sei chiesta se saresti riuscita a rimetterti insieme. pensavi che è vero anche il contrario. forse è più vero. che bisogna sapersi intenerire senza rinunciare alla propria durezza.
(poi però sei contenta perché piove, e ti importa solo di quello, e allora esci e ti lasci consolare dall’acqua, e ti ricordi che in fondo sei a buon punto, che saranno solo pochi giorni; che anche quando non si può essere luce, si può essere acqua, si può essere ombra, si può essere e basta).
poi guardi commedie sentimentali solo perché ti piace il protagonista, e lo senti dire che l’universo lascia che il cuore si espanda, e che deve essere questo il senso di tutto il dolore e le difficoltà che dobbiamo affrontare. e ci stavi pensando già da un po’, che alcune persone vengono attraversate dal dolore e acquistano una nuova forma, una diversa pienezza, un nuovo respiro nella voce quando cantano, un altro tocco della penna sul foglio quando scrivono, uno sguardo più lucido quando hanno a che fare col mondo. un cuore espanso. ma altre persone vengono risucchiate dal dolore e disseccate, e diventano timbri metallici e penne che graffiano e negatività e rancore.
(ti senti in colpa perché non stai bene. ti senti in colpa perché non stai bene e c’è una persona a cui vuoi bene, hai bene da volere ma non da dare. e finché non torni luminosa non lo dovresti nemmeno avvicinare).
pensavi a quella che è una delle frasi più famose di che guevara, che bisogna sapersi indurire senza rinunciare alla propria tenerezza. pensavi a quante cose ti hanno attraversata in questi anni senza disseccarti, insegnandoti un nuovo modo di toccare le persone. ma scendendo hai perso troppi pezzi sulle scale e per tanto tempo ti sei chiesta se saresti riuscita a rimetterti insieme. pensavi che è vero anche il contrario. forse è più vero. che bisogna sapersi intenerire senza rinunciare alla propria durezza.
(poi però sei contenta perché piove, e ti importa solo di quello, e allora esci e ti lasci consolare dall’acqua, e ti ricordi che in fondo sei a buon punto, che saranno solo pochi giorni; che anche quando non si può essere luce, si può essere acqua, si può essere ombra, si può essere e basta).
venerdì 12 giugno 2009
Extraterrestre, femminile, plurale
(ci ho pensato a lungo, a come si dice, ho concluso che sarebbe extraterrestre. ma non si sarebbe capito. quindi.)
(bo-ballottaggio-logna)
Solo due cose.
Uno. Hanno bloccato la partenza per le vacanze dei nonnetti della CGIL. Per il ballottaggio. Pare che nell'ormai frusto 1999 questo non fosse stato fatto, e il risultato fu quello noto ai più. Poi su un blog che frequento leggo un'analisi del voto come di uno scontro fra umarells vs gerontozanari. Roba di vecchi insomma.
Perché elaborare un programma decente per la città ed esporlo in maniera coinvolgente alla popolazione in età lavorativa? Molto più comodo sfruttare l'abbondante materia prima caratteristica del luogo: i vecchi appunto.
E il buon governo? E le politiche di inclusione? E quello spirito di avanguardia che ci ha portato primi in Italia, dal 1999, (correggetemi) ad avere uno statuto comunale che equipara le coppie di fatto (uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, uomo-cane, ecc..) a quelle "costituzionali", come le ha chiamate il gerontozanaro?
Due. Approvata la riforma della scuola. Fra le avvincenti news l'introduzione del liceo coreutico. Nella mia ignoranza vado sul dizionario a cercare il significato di questo arcano lemma. E mi cascano le braccia. Va bene che effettivamente letterine, letteronze, schedine, meteorine... non eccellono per professionalità, ma da qui a provocare una riforma della scuola... Poi ci ho pensato: i reality, lo svallettamento, la tv e il gossip in generale sono pressoché l'unica occasione di mobilità sociale in questo paese-stivale, se uno non vuole rassegnarsi a fare un "buon" matrimonio. Quindi ben venga il liceo coreutico, che almeno aumenterà la preparazione dei concorrenti danzerini.
Facciamo tre.
Tre. Lo dico solo come promemoria per me, perché ogni tanto perdo di vista il senso delle cose e tutto quanto e quindi. Il fatto che ci interessi sapere come, con chi, che cosa, quando e dove il nostro premier fotte non vuol dire che a noi piaccia il gossip, che non c'è più religione (né educazione fisica), che uno non è più libero di fare quello che vuole a casa sua. Il fatto è che quella persona lì, che poi, ancora peggio, non si tratta solo di quella persona lì, ma di tutti quelli che lui rappresenta a vario titolo (come premier, politico, imprenditore, cioccapiatti, operaio, vigile del fuoco, cuoco, marito, padre, nonno e papi), quella persona lì in cambio dei favori sessuali del numero incredibile di signorine che sta venendo fuori ne faceva altri di favori. Ad altri uomini che le signorine le "presentavano", alle signorine stesse, ai mariti delle signorine, ai padri e a gesù sa solo chi. Favori che spesso implicano dispendio di denaro pubblico, ma al limite anche solo la prevaricazione sulle ragioni, le capacità e la professionalità altrui.
Detto ciò, sarà il caldo, l'età che avanza, la stanchezza da grandinata di scadenze, ma mi pare che il limite dell'incredibile venga coscientemente e dolosamente spostato sempre più avanti, in maniera sempre meno impercettibile.
Cioè, voglio dire, George Clooney ha ingaggiato una medium per parlare col suo maiale morto.
Vorrei parlarne, seriamente, e vedere se qualcuno riesce a darmi almeno... facciamo 3 buone ragioni perché io non desideri far estinguere quello che ormai si può tranquillamente chiamare (grazie papi bossi) la razza italiana.
Magari fossi il peggiore, ma ci provo lo stesso: cameriere, portami una cisterna di negroni e una sega elettrica!
(bo-ballottaggio-logna)
Solo due cose.
Uno. Hanno bloccato la partenza per le vacanze dei nonnetti della CGIL. Per il ballottaggio. Pare che nell'ormai frusto 1999 questo non fosse stato fatto, e il risultato fu quello noto ai più. Poi su un blog che frequento leggo un'analisi del voto come di uno scontro fra umarells vs gerontozanari. Roba di vecchi insomma.
Perché elaborare un programma decente per la città ed esporlo in maniera coinvolgente alla popolazione in età lavorativa? Molto più comodo sfruttare l'abbondante materia prima caratteristica del luogo: i vecchi appunto.
E il buon governo? E le politiche di inclusione? E quello spirito di avanguardia che ci ha portato primi in Italia, dal 1999, (correggetemi) ad avere uno statuto comunale che equipara le coppie di fatto (uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, uomo-cane, ecc..) a quelle "costituzionali", come le ha chiamate il gerontozanaro?
Due. Approvata la riforma della scuola. Fra le avvincenti news l'introduzione del liceo coreutico. Nella mia ignoranza vado sul dizionario a cercare il significato di questo arcano lemma. E mi cascano le braccia. Va bene che effettivamente letterine, letteronze, schedine, meteorine... non eccellono per professionalità, ma da qui a provocare una riforma della scuola... Poi ci ho pensato: i reality, lo svallettamento, la tv e il gossip in generale sono pressoché l'unica occasione di mobilità sociale in questo paese-stivale, se uno non vuole rassegnarsi a fare un "buon" matrimonio. Quindi ben venga il liceo coreutico, che almeno aumenterà la preparazione dei concorrenti danzerini.
Facciamo tre.
Tre. Lo dico solo come promemoria per me, perché ogni tanto perdo di vista il senso delle cose e tutto quanto e quindi. Il fatto che ci interessi sapere come, con chi, che cosa, quando e dove il nostro premier fotte non vuol dire che a noi piaccia il gossip, che non c'è più religione (né educazione fisica), che uno non è più libero di fare quello che vuole a casa sua. Il fatto è che quella persona lì, che poi, ancora peggio, non si tratta solo di quella persona lì, ma di tutti quelli che lui rappresenta a vario titolo (come premier, politico, imprenditore, cioccapiatti, operaio, vigile del fuoco, cuoco, marito, padre, nonno e papi), quella persona lì in cambio dei favori sessuali del numero incredibile di signorine che sta venendo fuori ne faceva altri di favori. Ad altri uomini che le signorine le "presentavano", alle signorine stesse, ai mariti delle signorine, ai padri e a gesù sa solo chi. Favori che spesso implicano dispendio di denaro pubblico, ma al limite anche solo la prevaricazione sulle ragioni, le capacità e la professionalità altrui.
Detto ciò, sarà il caldo, l'età che avanza, la stanchezza da grandinata di scadenze, ma mi pare che il limite dell'incredibile venga coscientemente e dolosamente spostato sempre più avanti, in maniera sempre meno impercettibile.
Cioè, voglio dire, George Clooney ha ingaggiato una medium per parlare col suo maiale morto.
Vorrei parlarne, seriamente, e vedere se qualcuno riesce a darmi almeno... facciamo 3 buone ragioni perché io non desideri far estinguere quello che ormai si può tranquillamente chiamare (grazie papi bossi) la razza italiana.
Magari fossi il peggiore, ma ci provo lo stesso: cameriere, portami una cisterna di negroni e una sega elettrica!
giovedì 11 giugno 2009
posso almeno dire ahi? (no)
(roma)
ieri mattina sono trotterellata (io trotterello semideponentemente) dalla pecora-drago e appena l’ho vista che masticava placida le ho annunciato, ehi, mi si è spezzata un’unghia. lei mi ha guardata con la faccia tipo, embè? e io le ho detto, beh, sarà metaforico, no? lei mi ha guardata con la faccia tipo, no. e io ho insistito, le unghie, lo smalto, guarda che c’è un significato, ci deve essere per forza, anzi, devi spiegarmelo tu, devi dirmi che vuol dire che mi si è rotta un’unghia. lei ha sputato l’erba e mi ha guardata con la faccia tipo, che spaccagonadi che sei. e io ho ribattuto, ma dai, pensaci, c’è un senso, sono proprio sicura che ci sia un senso. e lei ha detto, sì. ecco, lo sapevo. ha detto, sì, il senso è che la devi piantare di cercare di dare sempre un senso a tutto, di farti seghe mentali di giorni per sciocchezze e di rompere l’anima a te stessa e soprattutto agli altri con queste cazzate.
ah.
...
posso almeno lamentarmi un po’?
no.
ma guarda che fa malis...
no.
ma è davvero dolor...
no.
...
.
(uffa).
ieri mattina sono trotterellata (io trotterello semideponentemente) dalla pecora-drago e appena l’ho vista che masticava placida le ho annunciato, ehi, mi si è spezzata un’unghia. lei mi ha guardata con la faccia tipo, embè? e io le ho detto, beh, sarà metaforico, no? lei mi ha guardata con la faccia tipo, no. e io ho insistito, le unghie, lo smalto, guarda che c’è un significato, ci deve essere per forza, anzi, devi spiegarmelo tu, devi dirmi che vuol dire che mi si è rotta un’unghia. lei ha sputato l’erba e mi ha guardata con la faccia tipo, che spaccagonadi che sei. e io ho ribattuto, ma dai, pensaci, c’è un senso, sono proprio sicura che ci sia un senso. e lei ha detto, sì. ecco, lo sapevo. ha detto, sì, il senso è che la devi piantare di cercare di dare sempre un senso a tutto, di farti seghe mentali di giorni per sciocchezze e di rompere l’anima a te stessa e soprattutto agli altri con queste cazzate.
ah.
...
posso almeno lamentarmi un po’?
no.
ma guarda che fa malis...
no.
ma è davvero dolor...
no.
...
.
(uffa).
domenica 7 giugno 2009
strade di francia (spartiacque psicologico 2)
(roma)
“parigi, parigi a me va bene, per non tornare più. così dicevi, perché i miei occhi pieni di stazioni e chiese, ritornassero blu...”
metro b. come blu. la metro b non ha niente di blu, se non di quel blu pesante, minaccioso, venuto fuori male, che sarebbe stato perfetto per fare il grigio scuro dei temporali in arrivo; ma qualcuno deve aver sbagliato a mischiare i colori.
e poi si ferma. ma ormai quasi cinque anni di trenino del far-west mi hanno vaccinata contro i convogli fermi in galleria; e l’altra mattina ho pensato, magari tendeva tutto in questa direzione, serviva tutto a non scalfire l’entusiasmo nuovo dell’essere qui.
anche il fatto che qui, quando passeggio, non sorprendo alle spalle una basilica che, colta alla sprovvista, mostra inaspettatamente un lato bello e leggero e semplice. qui, se passeggio, incontro un luogo di dolore, che non posso sapere, dentro, ma leggo fuori, nei corpi di chi aspetta in attesa di poter visitare. c’era una donna giovane con vestiti semplici estivi e aveva in braccio un neonato. e l’ha lasciato a una signora, forse sua madre, per non farlo entrare. fuori da quell’acciaio ci sono donne giovani in semplici vestiti estivi con neonati in braccio. la vita fuori. la vita nuova, fuori, sbarrata all’altra vita, dentro.
“...le strade, le strade dei francesi, che non ho visto mai. eh, ma se i sogni non li avessi già completamente spesi, in quello che sai...”
l’uomo sul sedile accanto al mio, in metro, parlava da solo, ma era rivolto verso la donna di fronte. lei non sapeva dove guardare. a me è venuto in mente che adoro incontrare persone per strada che sorridono da sole, all’improvviso. anche se poi si imbarazzano. capita anche a me, sempre più spesso, ultimamente. sorrido da sola. poi mi imbarazzo.
questo ottovolante emotivo che mi strattona in momenti di gioia pura e nervosismo e rabbia e dolcezza e allegria e. non fa per niente bene alla mia gastrite. ma è il movimento di tutti i miei sogni. brucio sentimenti diversi senza riposo, e li cambio in un moto perpetuo di alti e bassi e bene e male e felicità e dolore che genera un’entropia sognante. la mia cifra. mi salva dallo sprofondare nel grigio scuro, ma forse non mi lascia arrivare al blu vero. però ho conosciuto una persona che è niente più sogni tutta rancore e frustrazione, e ho ringraziato silenziosamente la giostra che sballa la mia vita di secondo in secondo, e ho pensato che va benissimo così.
“...e allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome, e questo nome me lo insegni tu, com'è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione, e i miei occhi, i miei occhi non ritornano blu?” (d. silvestri)
“parigi, parigi a me va bene, per non tornare più. così dicevi, perché i miei occhi pieni di stazioni e chiese, ritornassero blu...”
metro b. come blu. la metro b non ha niente di blu, se non di quel blu pesante, minaccioso, venuto fuori male, che sarebbe stato perfetto per fare il grigio scuro dei temporali in arrivo; ma qualcuno deve aver sbagliato a mischiare i colori.
e poi si ferma. ma ormai quasi cinque anni di trenino del far-west mi hanno vaccinata contro i convogli fermi in galleria; e l’altra mattina ho pensato, magari tendeva tutto in questa direzione, serviva tutto a non scalfire l’entusiasmo nuovo dell’essere qui.
anche il fatto che qui, quando passeggio, non sorprendo alle spalle una basilica che, colta alla sprovvista, mostra inaspettatamente un lato bello e leggero e semplice. qui, se passeggio, incontro un luogo di dolore, che non posso sapere, dentro, ma leggo fuori, nei corpi di chi aspetta in attesa di poter visitare. c’era una donna giovane con vestiti semplici estivi e aveva in braccio un neonato. e l’ha lasciato a una signora, forse sua madre, per non farlo entrare. fuori da quell’acciaio ci sono donne giovani in semplici vestiti estivi con neonati in braccio. la vita fuori. la vita nuova, fuori, sbarrata all’altra vita, dentro.
“...le strade, le strade dei francesi, che non ho visto mai. eh, ma se i sogni non li avessi già completamente spesi, in quello che sai...”
l’uomo sul sedile accanto al mio, in metro, parlava da solo, ma era rivolto verso la donna di fronte. lei non sapeva dove guardare. a me è venuto in mente che adoro incontrare persone per strada che sorridono da sole, all’improvviso. anche se poi si imbarazzano. capita anche a me, sempre più spesso, ultimamente. sorrido da sola. poi mi imbarazzo.
questo ottovolante emotivo che mi strattona in momenti di gioia pura e nervosismo e rabbia e dolcezza e allegria e. non fa per niente bene alla mia gastrite. ma è il movimento di tutti i miei sogni. brucio sentimenti diversi senza riposo, e li cambio in un moto perpetuo di alti e bassi e bene e male e felicità e dolore che genera un’entropia sognante. la mia cifra. mi salva dallo sprofondare nel grigio scuro, ma forse non mi lascia arrivare al blu vero. però ho conosciuto una persona che è niente più sogni tutta rancore e frustrazione, e ho ringraziato silenziosamente la giostra che sballa la mia vita di secondo in secondo, e ho pensato che va benissimo così.
“...e allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome, e questo nome me lo insegni tu, com'è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione, e i miei occhi, i miei occhi non ritornano blu?” (d. silvestri)
martedì 2 giugno 2009
armadi a muro (spartiacque psicologico 1)
(roma)
la mia prima azione degna di nota è stata, dopo il colloquio, cercare di infilarmi nell’armadio a muro scambiandolo per l’uscita. fm, molto gentilmente, mi ha tirata fuori dall’armadio, mi ha indicato la vera porta d’ingresso, quella accanto, e mi ha detto di non preoccuparmi, che succedeva a tutti di scambiare l’armadio a muro per l’uscita. nelle settimane successive ho monitorato attentamente ogni movimento intorno a quelle due porte, ho spiato pony-express, stagisti, gente di passaggio. nessuno si è mai infilato nell’armadio a muro invece di uscire dalla porta giusta.
(la strada fuori dalla stazione della metro è diversa a seconda del marciapiede su cui capiti. il primo giorno ho sbagliato lato. e tutto è stato molto ostile e freddo ed estraneo e pericoloso. i giorni successivi ho passeggiato sul lato giusto. allegro, tranquillizzante, amichevole. il penultimo giorno ho provato di nuovo il lato sbagliato, per convincermi che fosse tutto il risultato della mia immaginazione. no. il lato sbagliato è proprio sbagliato).
traslochiamo. ho salutato il vecchio ufficio per l’ultima volta. non metaforicamente: ho vagato per le stanze salutandole tutte, una per una, con fm che mi guardava ironico e commentava, ehi, ti sei scordata di salutare quel mattone. domani mattina mi sveglierò, uscirò, prenderò un treno e due metropolitane, e mi perderò.
(il corridoio vuoto. ho sbirciato la grande sala. la grande sala ha sbirciato me. qualcuno si è alzato e mi ha accompagnato verso la stanza in fondo al corridoio. la disposizione anomala delle sedie, priva di giochi di potere. la sensazione di conoscenza).
mentre salutavo il balcone su cui uscivo a fumare, ripensavo a una frase che avevo letto anni fa: che i divorzi e i traslochi sono gli eventi più stressanti nella vita di una persona. in quel momento fm è uscito in balcone a fumare e mi ha detto, sai che i divorzi e i traslochi sono gli eventi più stressanti nella vita di una persona?; e io ho pensato, cazzo, ci mancavano solo i poteri esp.
(la disposizione anomala delle sedie. priva di giochi di potere. la mano sulla schiena per tranquillizzarmi. l’incoscienza dell’ignorare quello che non puoi fare. l’innocenza del rifiutare quello che non vuoi fare. la pazienza del fare pace con bambini imbronciati. e, no, in questa vita non conosco tibetani).
io domattina mi cerco un armadio a muro.
la mia prima azione degna di nota è stata, dopo il colloquio, cercare di infilarmi nell’armadio a muro scambiandolo per l’uscita. fm, molto gentilmente, mi ha tirata fuori dall’armadio, mi ha indicato la vera porta d’ingresso, quella accanto, e mi ha detto di non preoccuparmi, che succedeva a tutti di scambiare l’armadio a muro per l’uscita. nelle settimane successive ho monitorato attentamente ogni movimento intorno a quelle due porte, ho spiato pony-express, stagisti, gente di passaggio. nessuno si è mai infilato nell’armadio a muro invece di uscire dalla porta giusta.
(la strada fuori dalla stazione della metro è diversa a seconda del marciapiede su cui capiti. il primo giorno ho sbagliato lato. e tutto è stato molto ostile e freddo ed estraneo e pericoloso. i giorni successivi ho passeggiato sul lato giusto. allegro, tranquillizzante, amichevole. il penultimo giorno ho provato di nuovo il lato sbagliato, per convincermi che fosse tutto il risultato della mia immaginazione. no. il lato sbagliato è proprio sbagliato).
traslochiamo. ho salutato il vecchio ufficio per l’ultima volta. non metaforicamente: ho vagato per le stanze salutandole tutte, una per una, con fm che mi guardava ironico e commentava, ehi, ti sei scordata di salutare quel mattone. domani mattina mi sveglierò, uscirò, prenderò un treno e due metropolitane, e mi perderò.
(il corridoio vuoto. ho sbirciato la grande sala. la grande sala ha sbirciato me. qualcuno si è alzato e mi ha accompagnato verso la stanza in fondo al corridoio. la disposizione anomala delle sedie, priva di giochi di potere. la sensazione di conoscenza).
mentre salutavo il balcone su cui uscivo a fumare, ripensavo a una frase che avevo letto anni fa: che i divorzi e i traslochi sono gli eventi più stressanti nella vita di una persona. in quel momento fm è uscito in balcone a fumare e mi ha detto, sai che i divorzi e i traslochi sono gli eventi più stressanti nella vita di una persona?; e io ho pensato, cazzo, ci mancavano solo i poteri esp.
(la disposizione anomala delle sedie. priva di giochi di potere. la mano sulla schiena per tranquillizzarmi. l’incoscienza dell’ignorare quello che non puoi fare. l’innocenza del rifiutare quello che non vuoi fare. la pazienza del fare pace con bambini imbronciati. e, no, in questa vita non conosco tibetani).
io domattina mi cerco un armadio a muro.
lunedì 25 maggio 2009
le doppie punte fanno volume
(roma)
ho promesso a una persona che avrei scritto dei magoni all’aria aperta. allora oggi stavo in balcone a fumare, e ci riflettevo su, che non è facile scrivere su un blog qualcosa di cui si è parlato con qualcuno che tanto sai che ti capisce subito. devi cambiare il tono, le parole, devi tradurre, che poi è il contrario di quello che invece faccio in genere sul blog, cioè codificare. allora stavo lì che pensavo che il titolo del post sarebbe stato magone gone one ne e, perché il concetto di fondo era che se stai tanto tempo al chiuso, hai tutta una serie di magoni, in assoluta solitudine, che fanno eco dentro te stessa, dentro la caverna che è diventato il concetto di “te stessa”; e quando all’improvviso ti ritrovi all’aperto, hai molte più possibilità di smagonare, perché gli stimoli esterni sono di più, è tutto più difficile e anche un po’ terrorizzante; però quei magoni lì non fanno l’eco, sono più puri, si diluiscono nello spazio aperto invece di ingigantirsi dentro di te. l’avevo definita un’attitudine al magone più pura, libera da sovrastrutture; l’essenza pura della magonosità.
e mentre cercavo di tradurre tutto questo, è passata una donna sul marciapiede, ed era quasi uguale a te. e io, negli ultimi anni, di donne quasi uguali a te ne ho incontrate, e ogni volta ho sobbalzato. ogni volta un magone. e invece oggi no. le ho guardato i capelli, neri come i tuoi, mossi come i tuoi, e ho pensato, una delle tue frasi storiche, le doppie punte fanno volume.
poi ho pensato che era la prima volta che mi confrontavo con l’idea di te che c’eri, non ci sei più stata, ma continui ad esserci, senza soffrire, senza sobbalzare, senza smagonare. senza pensare nemmeno per un secondo, magari è lei davvero, magari si sono sbagliati tutti, magari è uno strano film in cui è ancora viva.
magari.
io speravo che questo momento sarebbe arrivato. ma lo speravo con un certo senso di colpa. perché pensavo che forse sarebbe stato offensivo, nei tuoi confronti. che forse il dolore e la mancanza ti fossero dovuti, e rinnegare la sofferenza del tuo non esserci sarebbe stato un po’ rinnegare te. la verità è che oggi ho pensato che il dolore e la mancanza sono due cose differenti. e comunque, considerato il tuo carattere, forse era proprio nella sofferenza, il rinnegare te. che mi manchi è un fatto. è una cosa che non può essere cambiata, è un vuoto che sta lì, a volte ruota qua e là, a volte è buio nel buio e si nota meno, a volte è nero e gonfio nella luce e non si può ignorare. che non sono mai più riuscita a passare davanti a casa tua è un altro fatto (che poi comunque abitavi a casa del diavolo, e questo è un altro fatto ancora), e che ci sono parole che non ho più detto, e buffa roba fritta che non ho più mangiato, e argomenti su cui non ho più scherzato, e pasticcerie in cui non sono più entrata, e parchi e panchine su cui non mi sono più seduta. e invece ci sono cose che ho continuato a raccontarti, e risate che ho continuato a immaginare, e battute che mi sono fatta da sola. che mi manchi, sì, questa cosa c’è. ma che io riesca a pensare che le doppie punte fanno volume senza soffrire, ecco, non è non volerti più bene. è una specie di schermo colorato che non ti separa, ma ti mette al sicuro. la vedo così.
ora però la smetto che mi sta salendo su un certo magone. però non fa l’eco. è molto puro, nel suo essere l’impossibilità di dirti più che ti volevo bene, la possibilità di dire a me che te ne voglio ancora.
ho promesso a una persona che avrei scritto dei magoni all’aria aperta. allora oggi stavo in balcone a fumare, e ci riflettevo su, che non è facile scrivere su un blog qualcosa di cui si è parlato con qualcuno che tanto sai che ti capisce subito. devi cambiare il tono, le parole, devi tradurre, che poi è il contrario di quello che invece faccio in genere sul blog, cioè codificare. allora stavo lì che pensavo che il titolo del post sarebbe stato magone gone one ne e, perché il concetto di fondo era che se stai tanto tempo al chiuso, hai tutta una serie di magoni, in assoluta solitudine, che fanno eco dentro te stessa, dentro la caverna che è diventato il concetto di “te stessa”; e quando all’improvviso ti ritrovi all’aperto, hai molte più possibilità di smagonare, perché gli stimoli esterni sono di più, è tutto più difficile e anche un po’ terrorizzante; però quei magoni lì non fanno l’eco, sono più puri, si diluiscono nello spazio aperto invece di ingigantirsi dentro di te. l’avevo definita un’attitudine al magone più pura, libera da sovrastrutture; l’essenza pura della magonosità.
e mentre cercavo di tradurre tutto questo, è passata una donna sul marciapiede, ed era quasi uguale a te. e io, negli ultimi anni, di donne quasi uguali a te ne ho incontrate, e ogni volta ho sobbalzato. ogni volta un magone. e invece oggi no. le ho guardato i capelli, neri come i tuoi, mossi come i tuoi, e ho pensato, una delle tue frasi storiche, le doppie punte fanno volume.
poi ho pensato che era la prima volta che mi confrontavo con l’idea di te che c’eri, non ci sei più stata, ma continui ad esserci, senza soffrire, senza sobbalzare, senza smagonare. senza pensare nemmeno per un secondo, magari è lei davvero, magari si sono sbagliati tutti, magari è uno strano film in cui è ancora viva.
magari.
io speravo che questo momento sarebbe arrivato. ma lo speravo con un certo senso di colpa. perché pensavo che forse sarebbe stato offensivo, nei tuoi confronti. che forse il dolore e la mancanza ti fossero dovuti, e rinnegare la sofferenza del tuo non esserci sarebbe stato un po’ rinnegare te. la verità è che oggi ho pensato che il dolore e la mancanza sono due cose differenti. e comunque, considerato il tuo carattere, forse era proprio nella sofferenza, il rinnegare te. che mi manchi è un fatto. è una cosa che non può essere cambiata, è un vuoto che sta lì, a volte ruota qua e là, a volte è buio nel buio e si nota meno, a volte è nero e gonfio nella luce e non si può ignorare. che non sono mai più riuscita a passare davanti a casa tua è un altro fatto (che poi comunque abitavi a casa del diavolo, e questo è un altro fatto ancora), e che ci sono parole che non ho più detto, e buffa roba fritta che non ho più mangiato, e argomenti su cui non ho più scherzato, e pasticcerie in cui non sono più entrata, e parchi e panchine su cui non mi sono più seduta. e invece ci sono cose che ho continuato a raccontarti, e risate che ho continuato a immaginare, e battute che mi sono fatta da sola. che mi manchi, sì, questa cosa c’è. ma che io riesca a pensare che le doppie punte fanno volume senza soffrire, ecco, non è non volerti più bene. è una specie di schermo colorato che non ti separa, ma ti mette al sicuro. la vedo così.
ora però la smetto che mi sta salendo su un certo magone. però non fa l’eco. è molto puro, nel suo essere l’impossibilità di dirti più che ti volevo bene, la possibilità di dire a me che te ne voglio ancora.
domenica 24 maggio 2009
raccolta differenziata dei pensieri non tibetana (modalità quartiere-paese)
(roma)
qui al quartiere-paese abbiamo dei problemi con la raccolta differenziata. cioè, non noi. loro. loro, gli omini della raccolta. nel senso, noi ci impegniamo, differenziamo, buttiamo. loro non raccolgono. per settimane. questo fa sì che dopo pochi giorni noi ci impegniamo, differenziamo, ma non buttiamo, perché non c’è più posto. allora, e tutto questo nella sua assoluta demenzialità è vero, tra amici ci segnaliamo la situazione delle campane e dei cassonetti. tipo, arriva booster e dice, corri, che hanno svuotato la plastica e il vetro, o ti citofona la chef che hanno raccolto la carta, e tu schizzi fuori e raggiungi la campana finché è vuota, o mezza vuota, o mezza piena (dipende dall’indole) (non so se della campana o di chi ci va), e butti finché c’è posto libero. che prima o poi scoppieranno risse e tafferugli di casalinghe distimiche che si picchieranno coi sacchetti della plastica per l’ultimo posto utile nel contenitore. poi dicono che a roma la raccolta differenziata non funziona. e grazie al cazzo.
(che sarà volgare ma ci sta).
comunque io la sera torno a casa e faccio la raccolta differenziata dei pensieri come mi ha insegnato lui, solo che mi sa che risento della situazione ambientale. per cui mi armo del mio bravo pensiero-pinza, metto tutti i pensieri negli appositi contenitori, ma poi non riesco a svuotarli. restano lì. e raccolti per categoria invece che lasciati mischiati insieme, diventano molto più minacciosi. cioè, in condizioni normali, il pensiero il direttore è perfido viene attutito dal pensiero mi sono di nuovo scordata di comprare le uova, oppure il pensiero ha detto booster che il fratello secsi del manovratore adesso esce con una strappona si diluisce nel pensiero dove diamine l’ho messa la bolletta della luce scaduta da due settimane. invece, una volta che li hai raccolti, stanno lì, tutti insieme, divisi nelle loro torri immense di pensieri lavoro negativi o pensieri sentimentali negativi, e ti guardano cattivissimi.
io mi sto controllando tutti i neuroni uno per uno alla ricerca di quello con su scritto vuota il cestino, ma non lo trovo. gli omini della raccolta differenziata non passano. i pensieri tracimano. che in fondo va bene, così si rimischiano tra loro, e prima o poi mi ricorderò di pagare la bolletta subito prima di passare al supermercato, comprare le uova, tirarne una metà addosso al direttore e l’altra metà al fratello secsi e alla strappona. e poi nascondermi dietro una campana tracimante rifiuti, sperando che non passi il camion della differenziata proprio in quel momento.
qui al quartiere-paese abbiamo dei problemi con la raccolta differenziata. cioè, non noi. loro. loro, gli omini della raccolta. nel senso, noi ci impegniamo, differenziamo, buttiamo. loro non raccolgono. per settimane. questo fa sì che dopo pochi giorni noi ci impegniamo, differenziamo, ma non buttiamo, perché non c’è più posto. allora, e tutto questo nella sua assoluta demenzialità è vero, tra amici ci segnaliamo la situazione delle campane e dei cassonetti. tipo, arriva booster e dice, corri, che hanno svuotato la plastica e il vetro, o ti citofona la chef che hanno raccolto la carta, e tu schizzi fuori e raggiungi la campana finché è vuota, o mezza vuota, o mezza piena (dipende dall’indole) (non so se della campana o di chi ci va), e butti finché c’è posto libero. che prima o poi scoppieranno risse e tafferugli di casalinghe distimiche che si picchieranno coi sacchetti della plastica per l’ultimo posto utile nel contenitore. poi dicono che a roma la raccolta differenziata non funziona. e grazie al cazzo.
(che sarà volgare ma ci sta).
comunque io la sera torno a casa e faccio la raccolta differenziata dei pensieri come mi ha insegnato lui, solo che mi sa che risento della situazione ambientale. per cui mi armo del mio bravo pensiero-pinza, metto tutti i pensieri negli appositi contenitori, ma poi non riesco a svuotarli. restano lì. e raccolti per categoria invece che lasciati mischiati insieme, diventano molto più minacciosi. cioè, in condizioni normali, il pensiero il direttore è perfido viene attutito dal pensiero mi sono di nuovo scordata di comprare le uova, oppure il pensiero ha detto booster che il fratello secsi del manovratore adesso esce con una strappona si diluisce nel pensiero dove diamine l’ho messa la bolletta della luce scaduta da due settimane. invece, una volta che li hai raccolti, stanno lì, tutti insieme, divisi nelle loro torri immense di pensieri lavoro negativi o pensieri sentimentali negativi, e ti guardano cattivissimi.
io mi sto controllando tutti i neuroni uno per uno alla ricerca di quello con su scritto vuota il cestino, ma non lo trovo. gli omini della raccolta differenziata non passano. i pensieri tracimano. che in fondo va bene, così si rimischiano tra loro, e prima o poi mi ricorderò di pagare la bolletta subito prima di passare al supermercato, comprare le uova, tirarne una metà addosso al direttore e l’altra metà al fratello secsi e alla strappona. e poi nascondermi dietro una campana tracimante rifiuti, sperando che non passi il camion della differenziata proprio in quel momento.
domenica 17 maggio 2009
rosa coi brillantini
(roma)
ieri mi sentivo un po’ strana, allora sono uscita e sono andata dalla pecora-drago, che stava nascosta sotto il carro del far-west per godersi l’ombra. mi sono seduta per terra e lei mi ha guardata con la sua tipica espressione “e-adesso-che-c’è”.
c’è che a volte si sta male. c’è che poi passa. c’è che tocca vedere cosa, esattamente, sia passato. perché magari succede che la causa dell’essere stati male passa, ma l’essere stati male resta. diventa una specie di dolore a sé. il dolore dell’aver provato dolore; quello rimane. c’è che è più subdolo. c’è che ti resta dentro per tantissimo tempo. c’è che è in quel momento lì che davvero sei strana. c’è che presempio sono mesi che non mi metto lo smalto, ma fino a oggi non ci avevo mai pensato. questo c’è.
e lei ha alzato il sopracciglio che non ha, ma si vedeva chiaramente che se lo avesse avuto l’avrebbe alzato, e mi ha chiesto, sei venuta fino a qui per dirmi che sono mesi che non ti metti lo smalto?
no, sono venuta fino a qui per chiederti se secondo te mi sta meglio quello rosa coi brillantini o quello nero coi brillantini, che purtroppo quello viola e quello blu elettrico non li ho più ricomprati.
ha sospirato. e poi mi ha detto che gli smalti chiari allungano e quelli scuri accorciano, e siccome sto portando le unghie leggermente più corte di come le porto in genere, mi conviene mettere lo smalto chiaro.
e allora sono tornata a casa e ho messo lo smalto rosa coi brillantini.
e mi sono sentita un po’ come quando si torna a casa da un viaggio lunghissimo e ci si lascia cadere in poltrona e ci si guarda intorno che tutto è ancora lì esattamente come deve essere e non è cambiato niente e non era la casa che era andata via, eri andata via tu, ma lei è sempre stata lì ad aspettarti, e c’è penombra e tutto è fresco che le serrande per tutto quel tempo sono sempre rimaste abbassate e c’è quel clima e quell’ombra e quel silenzio che esistono solo quando si torna dai lunghi viaggi e in nessun altro momento, e si pensa, che bello che sono a casa. che bello.
ieri mi sentivo un po’ strana, allora sono uscita e sono andata dalla pecora-drago, che stava nascosta sotto il carro del far-west per godersi l’ombra. mi sono seduta per terra e lei mi ha guardata con la sua tipica espressione “e-adesso-che-c’è”.
c’è che a volte si sta male. c’è che poi passa. c’è che tocca vedere cosa, esattamente, sia passato. perché magari succede che la causa dell’essere stati male passa, ma l’essere stati male resta. diventa una specie di dolore a sé. il dolore dell’aver provato dolore; quello rimane. c’è che è più subdolo. c’è che ti resta dentro per tantissimo tempo. c’è che è in quel momento lì che davvero sei strana. c’è che presempio sono mesi che non mi metto lo smalto, ma fino a oggi non ci avevo mai pensato. questo c’è.
e lei ha alzato il sopracciglio che non ha, ma si vedeva chiaramente che se lo avesse avuto l’avrebbe alzato, e mi ha chiesto, sei venuta fino a qui per dirmi che sono mesi che non ti metti lo smalto?
no, sono venuta fino a qui per chiederti se secondo te mi sta meglio quello rosa coi brillantini o quello nero coi brillantini, che purtroppo quello viola e quello blu elettrico non li ho più ricomprati.
ha sospirato. e poi mi ha detto che gli smalti chiari allungano e quelli scuri accorciano, e siccome sto portando le unghie leggermente più corte di come le porto in genere, mi conviene mettere lo smalto chiaro.
e allora sono tornata a casa e ho messo lo smalto rosa coi brillantini.
e mi sono sentita un po’ come quando si torna a casa da un viaggio lunghissimo e ci si lascia cadere in poltrona e ci si guarda intorno che tutto è ancora lì esattamente come deve essere e non è cambiato niente e non era la casa che era andata via, eri andata via tu, ma lei è sempre stata lì ad aspettarti, e c’è penombra e tutto è fresco che le serrande per tutto quel tempo sono sempre rimaste abbassate e c’è quel clima e quell’ombra e quel silenzio che esistono solo quando si torna dai lunghi viaggi e in nessun altro momento, e si pensa, che bello che sono a casa. che bello.
lunedì 11 maggio 2009
autostoppiste vulcaniane sulla corsia di emergenza
(roma)
ho riflettuto un po’ su questo problema qui (sì, mi ci è voluto un anno e mezzo, e allora?), e ho capito che sbagliavo. il punto non è affatto che non riesco a far coincidere i vari universi in cui mi muovo perché dovrei muovermi in un universo solo. no.
ho solo dei catastrofici problemi di jet lag.
presempio, l’universo in cui mi sono più o meno mossa (se per muoversi vale il tragitto dalla sedia al balcone per fumare e ritorno) dalle dieci alle due è esattamente il mio universo di riferimento. una schifezza di universo a tutti gli effetti, popolato da gente al cui confronto i vogon sono adorabili, ma è proprio il mio mondo. però verso ora di pranzo ho fatto un salto di qualche minuto in un altro universo, che invece è splendido ma è deformato dalla penultima cosa a cui penso prima di andare a dormire. poi sono tornata in quello che è una schifezza. poi sono andata in un altro, che è abbastanza familiare per quanto totalmente assurdo, e mentre ci andavo ho fatto un salto in un altro universo ancora, che invece è molto bello ma dannatamente stancante e incasinato. a parte che menomale che sono autostoppista galattica, che altrimenti non oso immaginare quanto mi costerebbe di benzina, c’è il fatto che con tutto questo saltellare da un universo all’altro mi sto scombinando i ritmi circadiani. deve essere per questo che poi sono sempre molto confusa e mi stanco facilmente e la penultima cosa a cui penso prima di andare a dormire è sempre quella sbagliata. proverò con quella cosa che stabilizza il sonno, che io confondo sempre con quell’altra cosa che invece fa abbronzare. male che vada, sarò del tutto nevrotica, ma con un incarnato perfetto.
ho riflettuto un po’ su questo problema qui (sì, mi ci è voluto un anno e mezzo, e allora?), e ho capito che sbagliavo. il punto non è affatto che non riesco a far coincidere i vari universi in cui mi muovo perché dovrei muovermi in un universo solo. no.
ho solo dei catastrofici problemi di jet lag.
presempio, l’universo in cui mi sono più o meno mossa (se per muoversi vale il tragitto dalla sedia al balcone per fumare e ritorno) dalle dieci alle due è esattamente il mio universo di riferimento. una schifezza di universo a tutti gli effetti, popolato da gente al cui confronto i vogon sono adorabili, ma è proprio il mio mondo. però verso ora di pranzo ho fatto un salto di qualche minuto in un altro universo, che invece è splendido ma è deformato dalla penultima cosa a cui penso prima di andare a dormire. poi sono tornata in quello che è una schifezza. poi sono andata in un altro, che è abbastanza familiare per quanto totalmente assurdo, e mentre ci andavo ho fatto un salto in un altro universo ancora, che invece è molto bello ma dannatamente stancante e incasinato. a parte che menomale che sono autostoppista galattica, che altrimenti non oso immaginare quanto mi costerebbe di benzina, c’è il fatto che con tutto questo saltellare da un universo all’altro mi sto scombinando i ritmi circadiani. deve essere per questo che poi sono sempre molto confusa e mi stanco facilmente e la penultima cosa a cui penso prima di andare a dormire è sempre quella sbagliata. proverò con quella cosa che stabilizza il sonno, che io confondo sempre con quell’altra cosa che invece fa abbronzare. male che vada, sarò del tutto nevrotica, ma con un incarnato perfetto.
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