C’è chi nasconde i fatti perché non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia di studiare, di informarsi, di aggiornarsi.
C’è chi nasconde i fatti perché trovare le notizie costa fatica e si rischia persino di sudare.
C’è chi nasconde i fatti perché se no lo attaccano e lui vuole vivere in pace.
C’è chi nasconde i fatti perché confonde l’equidistanza con l’equivicinanza.
C’è chi nasconde i fatti perché quelli che li raccontano se la passano male.
C’è chi nasconde i fatti perché certe cose non si possono dire.
C’è chi nasconde i fatti perché “hai visto che fine han fatto Biagi e Santoro”.
C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso, perché ha paura di dover cambiare opinione.
C’è chi nasconde i fatti perché il coraggio uno non se lo può dare.
C’è chi nasconde i fatti perché nessuno gliel’ha ancora chiesto, ma magari, prima o poi, qualcuno glielo chiede.
C’è chi nasconde i fatti perché deve tutto a quella persona e non vuole deluderla.
C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti poi la gente capisce tutto.
C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”.
c’è chi non ha copiato tutto perché iniziava ad avere i crampi, però volendo lo vendono in libreria, eh.
pennuta, non aggiungere alla lista, c’è già.
lunedì 2 luglio 2007
Storia di una MelaZeta e della Pennuta che le insegnò a bloggare (part I)
(Roma, Stazione Termini, 2002)
Ciondolava davanti al binario, in attesa che arrivasse il treno. Studiava la posizione migliore che le potesse permettere contemporaneamente di stare seduta, non farsi travolgere dai carrelli e avere una visuale perfetta sui passeggeri in arrivo. Che lei non l’aveva vista mai, una pennuta, dal vivo. Non era sicura di saperla riconoscere. Tutto ciò che le era stato detto era: ho la crestina. E lei, la crestina, finora, l’aveva vista in testa solo all’Amicogaio; a un volatile bolognese, mai. L’altoparlante aveva annunciato il treno in arrivo da Milano Centrale, Bologna Centrale, Firenze Santa Maria Novella, proprio nel momento esatto in cui lei aveva deciso, mi metto qui. In piedi, ma appoggiata. In sintesi, la sua filosofia di vita: se proprio devo stare in piedi, almeno mi appoggio.
Aveva studiato, fumando, i passeggeri che si avvicinavano a inizio binario. Una tizia le era sembrata promettente, e aveva fatto quasi mezzo passo nella sua direzione; ma poi si era accorta, niente crestina. Ed era rimasta al suo posto, appoggiata. Ormai la corrente si era diluita in pochi ritardatari pigri; c’era sempre meno gente che proveniva dal treno. E poi aveva visto una buffa tipa (perché la prima cosa che aveva pensato, sia tramandato ai posteri, era stata: che buffa) che avanzava toccandosi i capelli. Se quella era una crestina, aveva serissimi problemi di disfunzione erettile. Si era avvicinata. Si erano fissate, le due. Avevano, lor signore, l’aspetto di due tipe che si potevano essere conosciute sul forum di quello scrittore? Ebbene sì. Ce l’avevano.
˜
La pennuta aveva fatto irruzione nella sua casella di posta una notte di qualche mese prima. Lei aveva aperto yahoo, aveva letto in arrivo (1), ed era andata a controllare. Mittente mai visto, oggetto: ironia, ironia a sbadilate. Chiccazzosei, era la prima cosa che aveva pensato. E la seconda: sbadilate?
Scriveva, da un po’, in un forum. Ci era arrivata cercando in rete notizie su un certo scrittore. Aveva visto il forum. Le era piaciuto; le erano piaciute le persone che ci scrivevano. Aveva deciso: ci scrivo anch’io. E aveva lasciato la sua mail, perché in fondo, ma proprio in fondo, la vaga speranza di incontrare una forma di vita intelligente non l’aveva mai abbandonata. Ora, sembrava stesse raccogliendo i primi frutti della sua politica di socializzazione col mondo online. Aveva deciso, dall’oggetto, che doveva trattarsi di mail di protesta. Aveva scritto un post un po’ caustico, di recente. Costui/costei doveva essere qualcuno in vena di lamentazioni. E vabbè, apriamo, si era detta, e lì per lì non aveva capito.
Si sarebbe ricordata della perplessità provata a leggere quella mail, cinque anni dopo, quando, per la prima volta nella sua vita, si era trovata a scrivere a uno sconosciuto, per questioni di blog. Non è facile scrivere a gente che non conosciamo, pennuta, aveva pensato. Oh, come ti capisco, ora.
L’aveva lasciata perplessa il fatto che quella non era, o quantomeno non sembrava, una mail di protesta. Ma non sembrava nemmeno amichevole. Il tono più o meno era: ho queste cose da dire, e se non ti sta bene, vaffanculo.
Aveva riletto la mail una seconda volta. Aveva deciso, mi sta bene. Rispondi al mittente.
(to be continued)
Ciondolava davanti al binario, in attesa che arrivasse il treno. Studiava la posizione migliore che le potesse permettere contemporaneamente di stare seduta, non farsi travolgere dai carrelli e avere una visuale perfetta sui passeggeri in arrivo. Che lei non l’aveva vista mai, una pennuta, dal vivo. Non era sicura di saperla riconoscere. Tutto ciò che le era stato detto era: ho la crestina. E lei, la crestina, finora, l’aveva vista in testa solo all’Amicogaio; a un volatile bolognese, mai. L’altoparlante aveva annunciato il treno in arrivo da Milano Centrale, Bologna Centrale, Firenze Santa Maria Novella, proprio nel momento esatto in cui lei aveva deciso, mi metto qui. In piedi, ma appoggiata. In sintesi, la sua filosofia di vita: se proprio devo stare in piedi, almeno mi appoggio.
Aveva studiato, fumando, i passeggeri che si avvicinavano a inizio binario. Una tizia le era sembrata promettente, e aveva fatto quasi mezzo passo nella sua direzione; ma poi si era accorta, niente crestina. Ed era rimasta al suo posto, appoggiata. Ormai la corrente si era diluita in pochi ritardatari pigri; c’era sempre meno gente che proveniva dal treno. E poi aveva visto una buffa tipa (perché la prima cosa che aveva pensato, sia tramandato ai posteri, era stata: che buffa) che avanzava toccandosi i capelli. Se quella era una crestina, aveva serissimi problemi di disfunzione erettile. Si era avvicinata. Si erano fissate, le due. Avevano, lor signore, l’aspetto di due tipe che si potevano essere conosciute sul forum di quello scrittore? Ebbene sì. Ce l’avevano.
˜
La pennuta aveva fatto irruzione nella sua casella di posta una notte di qualche mese prima. Lei aveva aperto yahoo, aveva letto in arrivo (1), ed era andata a controllare. Mittente mai visto, oggetto: ironia, ironia a sbadilate. Chiccazzosei, era la prima cosa che aveva pensato. E la seconda: sbadilate?
Scriveva, da un po’, in un forum. Ci era arrivata cercando in rete notizie su un certo scrittore. Aveva visto il forum. Le era piaciuto; le erano piaciute le persone che ci scrivevano. Aveva deciso: ci scrivo anch’io. E aveva lasciato la sua mail, perché in fondo, ma proprio in fondo, la vaga speranza di incontrare una forma di vita intelligente non l’aveva mai abbandonata. Ora, sembrava stesse raccogliendo i primi frutti della sua politica di socializzazione col mondo online. Aveva deciso, dall’oggetto, che doveva trattarsi di mail di protesta. Aveva scritto un post un po’ caustico, di recente. Costui/costei doveva essere qualcuno in vena di lamentazioni. E vabbè, apriamo, si era detta, e lì per lì non aveva capito.
Si sarebbe ricordata della perplessità provata a leggere quella mail, cinque anni dopo, quando, per la prima volta nella sua vita, si era trovata a scrivere a uno sconosciuto, per questioni di blog. Non è facile scrivere a gente che non conosciamo, pennuta, aveva pensato. Oh, come ti capisco, ora.
L’aveva lasciata perplessa il fatto che quella non era, o quantomeno non sembrava, una mail di protesta. Ma non sembrava nemmeno amichevole. Il tono più o meno era: ho queste cose da dire, e se non ti sta bene, vaffanculo.
Aveva riletto la mail una seconda volta. Aveva deciso, mi sta bene. Rispondi al mittente.
(to be continued)
sabato 30 giugno 2007
lo zen e la motogp
(roma, olanda)
vale che parte undicesimo e arriva primo, il tutto nel silenzio.
solo i motori e il click del mio accendino.
sciopero dei giornalisti, nessuno che urla rossi c'è, non c'è, ci fa, non ci fa.
solo lui.
cazzo, bellissimo.
la più bella gara di motogp che io abbia mai, più che visto, sentito.
senza parole.
io direi che uno sciopero ogni tanto non risolve molto. no, davvero, è grave questa situazione del rinnovo del contratto, del ddl sulle intercettazioni, di tutto. secondo me, qui serve minimo uno sciopero ogni week-end. almeno fino a ottobre. scioperate, gente, scioperate.
vale che parte undicesimo e arriva primo, il tutto nel silenzio.
solo i motori e il click del mio accendino.
sciopero dei giornalisti, nessuno che urla rossi c'è, non c'è, ci fa, non ci fa.
solo lui.
cazzo, bellissimo.
la più bella gara di motogp che io abbia mai, più che visto, sentito.
senza parole.
io direi che uno sciopero ogni tanto non risolve molto. no, davvero, è grave questa situazione del rinnovo del contratto, del ddl sulle intercettazioni, di tutto. secondo me, qui serve minimo uno sciopero ogni week-end. almeno fino a ottobre. scioperate, gente, scioperate.
venerdì 29 giugno 2007
pe pe pe pennuta
(roma, festa dei santi patroni. ne abbiamo due per fare incazzare i leghisti. rubiamo pure su quello)
ogni volta che rileggo il tuo post penso a questi poveri tizi che si sono fatti un mazzo così tutto l’anno, e finalmente possono progettare le loro vacanze, e vogliono andare a cuba, e precisamente nell’hotel di hemingway, e appicciano google, e cosa trovano? noi.
e mi viene da ridere. ma tanto.
chissà a loro.
ogni tanto mi perdo. funziono a senso unico alternato, qua dentro. ci sono momenti in cui devo assolutamente venire a dire che qualcosa mi ha fatto la bua e non trovo il cerotto adatto; altri in cui respiro, e mi diverto. e allora vorrei eliminare tutta la parte del blog firmata roma, e tenermi solo bologna e commenti, perché mi sembra che voi siate puliti e io sporca. come hai detto tu, brutta cosa, la distimia.
vedi, noi. pensa a come ci siamo conosciute. io cercavo dei simili, scrivendo. tu cercavi dei simili, leggendo. che, quanto a trovarci, ha funzionato, ma era uno dei nostri paradossi: simili e speculari. ora, te ti piace questa cosa di essere letta dall’universo. me, invece, mi viene sempre più voglia di andare a chiudermi nell’armadio. e mi sa che lo faccio. simili, speculari. ciccia, non è che io continuo ad essere sfigata in amore finché tu continui a essere felice con colui che tutto puote? non si può raggiungere un compromesso?
vado. l’armadio. qualcuno dia da mangiare al gatto, nel frattempo. e non tenti di grattargli la pancia, se non possiede l’arcana facoltà di farsi ricrescere le falangi.
see ya.
p.s. non credo fosse questione di concretezza o no. o meglio, lo era nel senso che per libero, secondo me, in fondo in fondo, la sopravvivenza fosse una roba molto più complicata. che tte lo dico affare, donnie.
ogni volta che rileggo il tuo post penso a questi poveri tizi che si sono fatti un mazzo così tutto l’anno, e finalmente possono progettare le loro vacanze, e vogliono andare a cuba, e precisamente nell’hotel di hemingway, e appicciano google, e cosa trovano? noi.
e mi viene da ridere. ma tanto.
chissà a loro.
ogni tanto mi perdo. funziono a senso unico alternato, qua dentro. ci sono momenti in cui devo assolutamente venire a dire che qualcosa mi ha fatto la bua e non trovo il cerotto adatto; altri in cui respiro, e mi diverto. e allora vorrei eliminare tutta la parte del blog firmata roma, e tenermi solo bologna e commenti, perché mi sembra che voi siate puliti e io sporca. come hai detto tu, brutta cosa, la distimia.
vedi, noi. pensa a come ci siamo conosciute. io cercavo dei simili, scrivendo. tu cercavi dei simili, leggendo. che, quanto a trovarci, ha funzionato, ma era uno dei nostri paradossi: simili e speculari. ora, te ti piace questa cosa di essere letta dall’universo. me, invece, mi viene sempre più voglia di andare a chiudermi nell’armadio. e mi sa che lo faccio. simili, speculari. ciccia, non è che io continuo ad essere sfigata in amore finché tu continui a essere felice con colui che tutto puote? non si può raggiungere un compromesso?
vado. l’armadio. qualcuno dia da mangiare al gatto, nel frattempo. e non tenti di grattargli la pancia, se non possiede l’arcana facoltà di farsi ricrescere le falangi.
see ya.
p.s. non credo fosse questione di concretezza o no. o meglio, lo era nel senso che per libero, secondo me, in fondo in fondo, la sopravvivenza fosse una roba molto più complicata. che tte lo dico affare, donnie.
giovedì 28 giugno 2007
i titoli, a me, mi bloccano
(bulàgna)
Stavo conteggiando il transato bancomat del mese maggio - per dire che chi lavora in un call center per ufi non ha il monopolio dell'assurdo, né tantomeno dell'inutile - quando.
Quando mi rendo conto che:
- il vetusto rag. con cui condivido lo studio parla come Fabio De Luigi quando fa l'Ing. Cane. ecco spiegato perché l'ho sempre trovato buffo, ancorché profondamente malvagio.(E lavoro qui da 6 mesi)
- chi-sai-tu mi fa venire in mente Santa Maradona. Il film, intendo. Libero De' Rienzo che fa Santa Maradona, nello specifico. Non so se capisci cosa intendo.
Comunque, perché tu lo sappia, io ho sempre preferito Stefano Accorsi, fra i due. Forse meno brillante e acuto, ma più concreto, sempre se capisci cosa voglio dire.
E anche un po' 'che tte lo dico affare, johnny'
- non è possibile lavorare veramente otto ore su otto. Oppure, è possibile, ma a condizione di non avere la pretesa di vivere una propria vita una volta usciti dal ripostiglio in cui si lavora. Ora che la mia collega è in ferie credo che opterò decisamente per avere una vita mia. Anche qui dentro.
Detto questo vado a fare merenda. Che il tortino porrettano non mi regge fino all'una, oh donna.
At salut.
Stavo conteggiando il transato bancomat del mese maggio - per dire che chi lavora in un call center per ufi non ha il monopolio dell'assurdo, né tantomeno dell'inutile - quando.
Quando mi rendo conto che:
- il vetusto rag. con cui condivido lo studio parla come Fabio De Luigi quando fa l'Ing. Cane. ecco spiegato perché l'ho sempre trovato buffo, ancorché profondamente malvagio.(E lavoro qui da 6 mesi)
- chi-sai-tu mi fa venire in mente Santa Maradona. Il film, intendo. Libero De' Rienzo che fa Santa Maradona, nello specifico. Non so se capisci cosa intendo.
Comunque, perché tu lo sappia, io ho sempre preferito Stefano Accorsi, fra i due. Forse meno brillante e acuto, ma più concreto, sempre se capisci cosa voglio dire.
E anche un po' 'che tte lo dico affare, johnny'
- non è possibile lavorare veramente otto ore su otto. Oppure, è possibile, ma a condizione di non avere la pretesa di vivere una propria vita una volta usciti dal ripostiglio in cui si lavora. Ora che la mia collega è in ferie credo che opterò decisamente per avere una vita mia. Anche qui dentro.
Detto questo vado a fare merenda. Che il tortino porrettano non mi regge fino all'una, oh donna.
At salut.
virgole e punti a capo
(roma)
per esempio, io, di manolo, persi le virgole. e ci soffrii, perché manolo aveva virgole bellissime. non nel mio stile: le sue erano classiche, eleganti, ricercate. ma belle. me ne accorsi un anno dopo che ci eravamo lasciati. provammo a scriverci, per vedere se. ma non riconoscevo più le sue virgole. l’anno scorso è uscita la sua ultima raccolta di poesie. ho letto la prefazione. è sereno, ha una compagna, un figlio, ma adesso è cambiata tutta la punteggiatura. ora è un estraneo.
buona parte degli scrittori che ami sono morti. quelli che sono vivi, in genere li intercetti a percorso già avviato. è raro incontrarli nello splendore di un’opera prima. quando succede, li ami, li segui, trepidando. alcuni si perdono. alcuni cambiano, ma in modo diverso da te. non li riconosci. non riesci più a mappare i loro punti. li leggi lo stesso, non è detto che dobbiate restare uguali, ma diventano estranei. poi ci sono quelli che procedono paralleli a te. romanzo dopo romanzo, vedi le loro virgole cambiare, e senti perché. riconosci nella loro punteggiatura i segni di espressione, guardi le linee agli angoli degli occhi, senti la rabbia del primo romanzo, il dolore del secondo, trasformarsi nel qualcosa che non sai, del terzo. il qualcosa non lo sai perché ci stai dentro anche tu. ti specchi nelle loro virgole e ti amplificano la rabbia diluita, il dolore annacquato, il qualcosa che non sai che ti corrode.
ecco, pennuta, secondo me diventare adulti non è la casa il lavoro la macchina la bicicletta il monopattino il tempo sempre di meno i problemi sempre di più. secondo me, sono le virgole. tu, stai tranquilla, che le tue non sono cambiate; te le sto controllando io. le mie, non so.
questo post è stato inoltrato a un’ora strana perché stanotte non ho dormito. questo dovrebbe giustificare variazioni del tono dell’umore, irritabilità, nausea, astenia, aggressività in mail, commenti e di persona. perché io esisto anche offline. per quanto a fatica.
buonanotte.
per esempio, io, di manolo, persi le virgole. e ci soffrii, perché manolo aveva virgole bellissime. non nel mio stile: le sue erano classiche, eleganti, ricercate. ma belle. me ne accorsi un anno dopo che ci eravamo lasciati. provammo a scriverci, per vedere se. ma non riconoscevo più le sue virgole. l’anno scorso è uscita la sua ultima raccolta di poesie. ho letto la prefazione. è sereno, ha una compagna, un figlio, ma adesso è cambiata tutta la punteggiatura. ora è un estraneo.
buona parte degli scrittori che ami sono morti. quelli che sono vivi, in genere li intercetti a percorso già avviato. è raro incontrarli nello splendore di un’opera prima. quando succede, li ami, li segui, trepidando. alcuni si perdono. alcuni cambiano, ma in modo diverso da te. non li riconosci. non riesci più a mappare i loro punti. li leggi lo stesso, non è detto che dobbiate restare uguali, ma diventano estranei. poi ci sono quelli che procedono paralleli a te. romanzo dopo romanzo, vedi le loro virgole cambiare, e senti perché. riconosci nella loro punteggiatura i segni di espressione, guardi le linee agli angoli degli occhi, senti la rabbia del primo romanzo, il dolore del secondo, trasformarsi nel qualcosa che non sai, del terzo. il qualcosa non lo sai perché ci stai dentro anche tu. ti specchi nelle loro virgole e ti amplificano la rabbia diluita, il dolore annacquato, il qualcosa che non sai che ti corrode.
ecco, pennuta, secondo me diventare adulti non è la casa il lavoro la macchina la bicicletta il monopattino il tempo sempre di meno i problemi sempre di più. secondo me, sono le virgole. tu, stai tranquilla, che le tue non sono cambiate; te le sto controllando io. le mie, non so.
questo post è stato inoltrato a un’ora strana perché stanotte non ho dormito. questo dovrebbe giustificare variazioni del tono dell’umore, irritabilità, nausea, astenia, aggressività in mail, commenti e di persona. perché io esisto anche offline. per quanto a fatica.
buonanotte.
martedì 26 giugno 2007
se non farai niente questo sistema si spegnerà fra 1 minuto e 57 secondi
(roma)
ah, è così facile far spegnere le cose.
basta non fare niente.
quindi è vero che tutto è un congegno che si spegne da sé.
dipende a chi vuoi bene, pennuta. ci sono persone a cui vuoi bene senza che nessuna canzone abbia il potere di urtarti. tipo, tu, mrs frog o la pazzi&cretini srl; qui oltre a parlare di voler bene si dovrebbe parlare di amicizia e io non ho ancora fatto colazione (sì, lo so che ore sono). ci sono persone a cui vuoi bene, ma ci hai messo qualche anno, e ogni tanto, anche se raramente, una canzone un qualche dubbio te lo fa venire.
ci sono persone a cui vorresti voler bene. per esclusione, più che altro. amarle, non puoi, o non ne puoi più. odiarle, ti secca. disprezzarle, no, dai, non è bello. ignorarle, a parte che non te lo permettono, poi sai che non ce la fai. allora pensi, ecco, potrei volergli bene. il piano c. anzi, il piano d. ascolti una canzone, pensi, va’, che bravo, questo ce l’ha fatta, si capisce proprio. vuole bene, senza lasciarsi alternative. che, se ami qualcuno, puoi nel frattempo odiarlo, infilare spilloni nella sua bambolina vudu, cercare di corrompere un suo amico perché lo investa, non fidarti, disprezzarlo, non volergli bene. se gli vuoi bene, no. tutto questo non ti è concesso. voler bene non concede alternative, è quello e basta. e a volte ti ritrovi nella terra di mezzo, senza punti di riferimento, e la domanda è: questo, come si chiama?
catullo lo diceva prima e meglio e in meno parole.
ah, è così facile far spegnere le cose.
basta non fare niente.
quindi è vero che tutto è un congegno che si spegne da sé.
dipende a chi vuoi bene, pennuta. ci sono persone a cui vuoi bene senza che nessuna canzone abbia il potere di urtarti. tipo, tu, mrs frog o la pazzi&cretini srl; qui oltre a parlare di voler bene si dovrebbe parlare di amicizia e io non ho ancora fatto colazione (sì, lo so che ore sono). ci sono persone a cui vuoi bene, ma ci hai messo qualche anno, e ogni tanto, anche se raramente, una canzone un qualche dubbio te lo fa venire.
ci sono persone a cui vorresti voler bene. per esclusione, più che altro. amarle, non puoi, o non ne puoi più. odiarle, ti secca. disprezzarle, no, dai, non è bello. ignorarle, a parte che non te lo permettono, poi sai che non ce la fai. allora pensi, ecco, potrei volergli bene. il piano c. anzi, il piano d. ascolti una canzone, pensi, va’, che bravo, questo ce l’ha fatta, si capisce proprio. vuole bene, senza lasciarsi alternative. che, se ami qualcuno, puoi nel frattempo odiarlo, infilare spilloni nella sua bambolina vudu, cercare di corrompere un suo amico perché lo investa, non fidarti, disprezzarlo, non volergli bene. se gli vuoi bene, no. tutto questo non ti è concesso. voler bene non concede alternative, è quello e basta. e a volte ti ritrovi nella terra di mezzo, senza punti di riferimento, e la domanda è: questo, come si chiama?
catullo lo diceva prima e meglio e in meno parole.
Serendipité
(bois de boulogne)
Mi sembra che stiamo un po' troppo salendo di livello, fra citazioni auliche e lingue sconosciute ai più.
Io, presa come un coniglio nella macchina da cucire, faccio un po' fatica a stare dietro a tutto. Cioè, essenzialmente, la mia vita è un'eterna corsa. O meglio rincorsa. Del bus, dell'orario di chiusura del supermercato, delle scadenze lavorative ed esistenziali...
Però adoro, quest'idea che qualcuno, per caso, magari stava pianificando una vacanza a Cuba, cercava l'hotel di cui sopra...e ha trovato noi. Per questo mi piace, il web.
E visto che siamo in tema di infanzia negata. Fra due giorni è il compleanno della patatina, chi?, la scimmietta, chi?, lo zuparicheddu, dai! Antonio, 3 anni e una vita vissuta pericolosamente.
Entro alla Giannino Stoppani, che come libreria è il paradiso di ogni bambino talpa che noi già fummo, e cerco.
Bello questo, chissà come deve suonare Gira la carta di De André in versione prescolare..
Poi però non prendo niente o quasi.
Perché.
Penso: 3 anni. Se nessuno glieli legge...
Penso: quando avevo la sua età, e fino a quando non ho padroneggiato la parola scritta, la mia nonna me le leggeva le storie. Anzi di più, me le registrava su cassetta, in modo che quando lei non c'era - cioè quasi mai - io potessi riascoltarle. Anzi di più ancora, me le disegnava le storie. Questo è il gatto, questa la casetta di marzapane, questo è il bimbo con le molliche di pane.
Mia nonna, la terza elementare e poi via andare che c'era da lavorare e poi c'era la guerra, l'occupazione polacca, poi tedesca e poi la ricostruzione.
Percui adesso che lei, classe 1924, ha perso un po' di smalto, sta quasi sempre in casa e le sue storie hanno perso un po' di interesse, a me piace lo stesso andare a trovarla. Anche se visto da fuori sembra strano.
Urge, mi sembra, un post a testa sul concetto di voler bene. Anche se forse tu le carte le hai già messe in tavola, senza troppo scoprirle però.
Bene, vuol dire che mi ci metterò anche io, che è già da un po' che ci penso.
Un'ultima cosa, e poi mi metto a far di conto. Diventare adulti, il brutto è che ci si abitua. Non c'è più nulla di difficile, le cose che si fanno sono più o meno sempre le stesse, e ci si abitua, si impara a farle, o più spesso si trovano delle scorciatoie, come quelle da tastiera.
Ecco, io ancora adulta adulta si vede che non sono: ogni volta che devo legare la bici come minimo mi si apre e rovescia per terra la borsa, mi si sporcano le dita, mi pesto un piede con la ruota, e poi magari la catena rimane aperta.
Per dire una delle cose più semplici che fronteggio chaque jour.
Figuriamoci il resto.
Buona giornata, splendore, e buona fortuna.
Mi sembra che stiamo un po' troppo salendo di livello, fra citazioni auliche e lingue sconosciute ai più.
Io, presa come un coniglio nella macchina da cucire, faccio un po' fatica a stare dietro a tutto. Cioè, essenzialmente, la mia vita è un'eterna corsa. O meglio rincorsa. Del bus, dell'orario di chiusura del supermercato, delle scadenze lavorative ed esistenziali...
Però adoro, quest'idea che qualcuno, per caso, magari stava pianificando una vacanza a Cuba, cercava l'hotel di cui sopra...e ha trovato noi. Per questo mi piace, il web.
E visto che siamo in tema di infanzia negata. Fra due giorni è il compleanno della patatina, chi?, la scimmietta, chi?, lo zuparicheddu, dai! Antonio, 3 anni e una vita vissuta pericolosamente.
Entro alla Giannino Stoppani, che come libreria è il paradiso di ogni bambino talpa che noi già fummo, e cerco.
Bello questo, chissà come deve suonare Gira la carta di De André in versione prescolare..
Poi però non prendo niente o quasi.
Perché.
Penso: 3 anni. Se nessuno glieli legge...
Penso: quando avevo la sua età, e fino a quando non ho padroneggiato la parola scritta, la mia nonna me le leggeva le storie. Anzi di più, me le registrava su cassetta, in modo che quando lei non c'era - cioè quasi mai - io potessi riascoltarle. Anzi di più ancora, me le disegnava le storie. Questo è il gatto, questa la casetta di marzapane, questo è il bimbo con le molliche di pane.
Mia nonna, la terza elementare e poi via andare che c'era da lavorare e poi c'era la guerra, l'occupazione polacca, poi tedesca e poi la ricostruzione.
Percui adesso che lei, classe 1924, ha perso un po' di smalto, sta quasi sempre in casa e le sue storie hanno perso un po' di interesse, a me piace lo stesso andare a trovarla. Anche se visto da fuori sembra strano.
Urge, mi sembra, un post a testa sul concetto di voler bene. Anche se forse tu le carte le hai già messe in tavola, senza troppo scoprirle però.
Bene, vuol dire che mi ci metterò anche io, che è già da un po' che ci penso.
Un'ultima cosa, e poi mi metto a far di conto. Diventare adulti, il brutto è che ci si abitua. Non c'è più nulla di difficile, le cose che si fanno sono più o meno sempre le stesse, e ci si abitua, si impara a farle, o più spesso si trovano delle scorciatoie, come quelle da tastiera.
Ecco, io ancora adulta adulta si vede che non sono: ogni volta che devo legare la bici come minimo mi si apre e rovescia per terra la borsa, mi si sporcano le dita, mi pesto un piede con la ruota, e poi magari la catena rimane aperta.
Per dire una delle cose più semplici che fronteggio chaque jour.
Figuriamoci il resto.
Buona giornata, splendore, e buona fortuna.
lunedì 25 giugno 2007
manovre a coda di gatto
(roma)
se stamattina il mio lettore mp3, a cui ho lasciato carta bianca sulla scelta della prima canzone da ascoltare appena svegli, avesse scelto, che so, capitan harlock, avrei semplicemente passato il resto della giornata a chiedermi come poteva, quella tipa senza bocca, passare le sue giornate a bere vino.
se non ci fossero 40 gradi all’ombra, sarei uscita a piedi.
se avessi avuto dei buoni insegnanti avrei imparato a guidare decentemente.
se fossi capace di voler bene non sarei spinta dall’ascolto di certe canzoni in inglese, che nemmeno capisco, a vagare in macchina.
se non piazzassero inutili cartelli segnaletici ogni mezzo metro la vita di chi non sa guidare sarebbe migliore.
il mio punto di vista: ma in fondo ho fatto la denuncia di smarrimento. è come se, no? cioè, so che non è lo stesso che andare in motorizzazione, fare ore di fila, pagare due bollettini, rifare ore di fila, ma in fondo ho segnalato il problema, no? vale lo stesso, no?
il punto di vista dell'uomo in divisa: no.
il mio punto di vista: ma se non posso guidare non posso arrivare fino alla motorizzazione che sta in culo alla luna, e se non posso arrivare fino alla motorizzazione non posso fare il duplicato del libretto, e se non posso fare il duplicato del libretto non posso guidare. è un gatto che si morde la coda.
il punto di vista dell'uomo in divisa: cane.
il punto di vista di catullo: quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus.
il punto di vista di mojave: whose smile do you ride on, when you're walking alone? and whom do you think of , when the night is your home?
il punto di vista di google: siamo state tanate, pennuta. per colpa di un TUO commento e della TUA scelta di nomare il blog in spagnolo. questo fa sì che un argentino commenti su un blog in italiano con un nome spagnolo un post con titolo in giapponese. hai un aulin?
se stamattina il mio lettore mp3, a cui ho lasciato carta bianca sulla scelta della prima canzone da ascoltare appena svegli, avesse scelto, che so, capitan harlock, avrei semplicemente passato il resto della giornata a chiedermi come poteva, quella tipa senza bocca, passare le sue giornate a bere vino.
se non ci fossero 40 gradi all’ombra, sarei uscita a piedi.
se avessi avuto dei buoni insegnanti avrei imparato a guidare decentemente.
se fossi capace di voler bene non sarei spinta dall’ascolto di certe canzoni in inglese, che nemmeno capisco, a vagare in macchina.
se non piazzassero inutili cartelli segnaletici ogni mezzo metro la vita di chi non sa guidare sarebbe migliore.
il mio punto di vista: ma in fondo ho fatto la denuncia di smarrimento. è come se, no? cioè, so che non è lo stesso che andare in motorizzazione, fare ore di fila, pagare due bollettini, rifare ore di fila, ma in fondo ho segnalato il problema, no? vale lo stesso, no?
il punto di vista dell'uomo in divisa: no.
il mio punto di vista: ma se non posso guidare non posso arrivare fino alla motorizzazione che sta in culo alla luna, e se non posso arrivare fino alla motorizzazione non posso fare il duplicato del libretto, e se non posso fare il duplicato del libretto non posso guidare. è un gatto che si morde la coda.
il punto di vista dell'uomo in divisa: cane.
il punto di vista di catullo: quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus.
il punto di vista di mojave: whose smile do you ride on, when you're walking alone? and whom do you think of , when the night is your home?
il punto di vista di google: siamo state tanate, pennuta. per colpa di un TUO commento e della TUA scelta di nomare il blog in spagnolo. questo fa sì che un argentino commenti su un blog in italiano con un nome spagnolo un post con titolo in giapponese. hai un aulin?
domenica 24 giugno 2007
ばんざい!
ce l’ho fatta!
aveva ragione lui, e io sono un’idiota!
嬉しいいいいい!!!
mai dubitare del proprio mac. sempre di se stessi, mai del mac.
またね!
(ばんざい!)
aveva ragione lui, e io sono un’idiota!
嬉しいいいいい!!!
mai dubitare del proprio mac. sempre di se stessi, mai del mac.
またね!
(ばんざい!)
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